Miranda Priestly non è più cattiva, il capitalismo lo è di più. Il “Diavolo veste Prada 2” sbiadisce e arriva in sala

In sala dal 29 aprile (per Disney) “Il Diavolo veste Prada 2” atteso seguito ispirato ai personaggi letterari di Lauren Weisberger. Meryl Streep torna nei panni della dispotica direttrice del magazine di moda “Runway”, ma costretta a fare i conti col mondo dell’informazione agonizzante, tra scandali virali sul web, la carta soppiantata definitivamente dalla rete e i ricatti degli inserzionisti. Sullo sfondo un capitalismo sempre più feroce che accorpa e smantella tutto. Nonostante i protagonisti sempre in forma il film smarrisce la cattiveria in una risoluzione consolatoria e auto-assolutoria. Perché anche il cinema delle major americane non se la passa troppo bene…

Chi l’avrebbe mai detto che, vent’anni dopo, si sarebbe rimpianta l’epoca in cui la terribile direttrice Miranda Priestly, ne Il Diavolo veste Prada (2006), tiranneggiava collaboratori (e collaboratrici) del magazine di moda newyorkese Runway, affidando loro compiti degradanti e non di rado impossibili, come trovare il modo di prenotare un volo in pieno uragano o trafugare una copia ancora inedita dell’ultimo Harry Potter?

Eppure, verrebbe (quasi) da ricorrere al famigerato “si stava meglio quando si stava peggio” guardando il sequel (nelle nostre sale per The Walt Disney Company Italia dal 29 aprile) della commedia di grande successo tratta dall’omonimo best-seller (2003) di Lauren Weisberger, forte della sua esperienza come assistente di Anna Wintour quando era alla guida di Vogue America.

Il regista della versione cinematografica, David Frankel, e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna sono tornati per il seguito, che non è una trasposizione diretta del secondo capitolo letterario La vendetta veste Prada (Piemme, 2013), ma prende comunque le mosse dai personaggi della scrittrice.

In testa al ricco cast c’è, irrinunciabilmente, ancora lei, la mattatrice Meryl Streep, che per il ruolo di questa Crudelia De Mon dell’informazione fashion (infatti in origine si era pensato di affidarla a Glenn Close) ottenne, tra i riconoscimenti, il Golden Globe e una delle tante candidature agli Oscar (di cui detiene il record tra le colleghe). Ma come se la passa, oggi, la sua Miranda? Non benissimo, complice uno scandalo, diventato virale sul web, che ha travolto l’amata-odiata rivista da lei diretta, colpevole di aver promosso un brand dalla condotta assai poco etica.

Ad essere chiamata, anzi imposta dal CEO dell’azienda editrice Irv Ravitz (Tibor Feldman) per un rilancio all’insegna della qualità è proprio Andrea “Andy” Sachs (Anne Hathaway). L’ex brillante neolaureata in maglione ceruleo e tuttofare-schiava della boss di Runway si è fatta nel frattempo un nome come reporter, stimata quanto precaria (infatti migra di città in città inseguendo le opportunità lavorative, e ancora non sa quando potrà concedersi di scongelare i suoi ovuli).

La promessa di uno stipendio finalmente più alto del solito, e la tentazione di sfondare con una biografia non autorizzata su Miranda, la spingono ad accettare il ritorno al traumatico (ma comunque formativo) ovile, stavolta però nella gratificante veste di editor dei contenuti.

A stupire Andy, tuttavia, non è tanto il consueto atteggiamento scostante e ostile della capa (che, considerandola un’intrusa, non si ricorda o finge di non ricordarsi di lei, le affida un ufficio angusto e disordinato e la zittisce malamente alle riunioni), né le politiche non proprio in punta di diritti sindacali che, al netto della doverosa verniciata di politically correct multietnico, ancora vigono in redazione (all’assistente Charlie è vietato alzarsi dal pc anche per andare in bagno).

La cosa davvero sconvolgente, per la “figlia prodiga”, è vedere la madre padrona della rivista, un tempo temutissima e corteggiatissima da stilisti e case di moda, subire passivamente le condizioni di queste ultime per un servizio. Condizioni dettate, colmo dell’umiliazione, da un’altra ex sottoposta vessata, ovvero la vendicativa Emily (Emily Blunt), che adesso occupa una posizione di rilievo presso Dior.

Perché se il giornalismo tradizionale, già una ventina d’anni fa, poteva dirsi in crisi, oggi appare addirittura agonizzante: e dell’autorevolezza (anche autoritaria) di cui godeva Runway è rimasto solo l’involucro. Dietro il quale, come spiega col consueto, pacato cinismo il mai promosso direttore artistico della rivista, l’ineffabile Nigel Kipling (Stanley Tucci), non c’è nemmeno più un vero magazine cartaceo, ma solo il lussuoso book che nessuno compra, assieme a contenuti digitali «che le persone scrollano mentre fanno pipì». E i begli articoli della ritrovata Andy sono ignorati dal distratto pubblico della rete, a meno che non si trovi il modo di intervistare la riservata e chiacchierata diva Sasha Barnes (Lucy Liu), con tanto di rivelazione sul suo nuovo fidanzamento. Ma il peggio, scopriremo nel corso della vicenda, deve ancora venire per Miranda & Co.

Sullo sfondo, infatti, c’è il bulimico declino dell’intero capitalismo occidentale postmoderno: dove l’imperativo è accorpare, ridimensionare, «succhiare l’anima a tutto per poi impacchettarlo», constata sconsolata Andy, lei stessa peraltro assai più integrata di un tempo nel sistema di cui parla: infatti il suo partner romantico non è più lo spiantato cuoco Nate (Adrian Grenier) ma il costruttore Peter (Patrick Brammall), la cui attività consiste nel fare ad edifici storici della Grande Mela (trasformati in appartamenti per ricchi) qualcosa di simile a ciò che potrebbe accadere a Runway: svuotato e trasfigurato, se non cancellato, dal capriccio del magnate di turno. Come il grottesco e inquietante Benji (Justin Theroux), che preconizza un business della moda monopolizzato dall’IA, facendosi portavoce della distopia, più antiumana che postumana, dei vari Alex Karp, Peter Thiel ed Elon Musk.

Insomma, pare suggerirci Il Diavolo veste Prada 2, tutto, società, magazine o persone, è diventato peggiore. Compreso, però, il cinema delle major hollywoodiane. Che, vittima esso stesso della corsa agli accorpamenti e ridimensionamenti (prima del caso Paramount-Warner c’è stato quello Disney-Fox, non per nulla), oltre che dei vertiginosi cambiamenti nel panorama mediatico, appare sempre più stanco e timido, meno coraggioso e aperto a rischiare. Avvitandosi, troppe volte, nella riproposizione nostalgica e mitizzante del suo passato più o meno prossimo.

Come purtroppo finisce col fare anche questo sequel, annacquando la crudeltà in una risoluzione consolatoria e “normalizzante” che ricalca, pur nel mutato contesto, la struttura narrativa del prototipo. E finendo con l’essere assai più auto-assolutorio di quest’ultimo, con l’alibi che il vecchio, diabolico Runway (o ciò che ne resta) sarebbe comunque meglio di un suo successore venuto dagli Inferi 2.0 della Silicon Valley.

Certo, il quartetto Streep-Hathaway-Blunt-Tucci funziona ancora come il perfetto orologio di due decadi fa, e le loro interazioni e battute continuano a strappare il (sor)riso, spesso a denti stretti. Ma né l’approfondimento dei protagonisti né gli spunti critici sopracitati sembrano adeguatamente serviti da una storia, ambientata per buona parte in una Milano da cartolina (non manca un cameo di Donatella Versace), che dietro il concerto di omaggi al primo film e guest-star “promozionali” (Lady Gaga in primis) risulta sbiadita. Incapace com’è, malgrado le premesse, di essere davvero cattiva. E questo, a Miranda Priestly, non lo si può proprio perdonare.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581