Nell’album di famiglia del popolo comunista. Con Luciana Castellina l’omaggio alla rivoluzione “in 16 millimetri”

Presentato al Torino FilmFest “16 millimetri alla rivoluzione” nuovo doc di Giovanni Piperno con Luciana Castellina  che fa da “guida” nelle vicende politiche e storiche di mezzo secolo di Pci, avendo un punto di vista e una posizione non allineata e sempre inquieta. Ricordi che rivivono attraverso lo stesso cinema militante e partigiano (prodotto dallo stesso Pci) dei grandi autoria cui il film rende omaggio. Produce l’AAMOD da un’idea di Giovanni Piperno e Luca Ricciardi (che ha curato anche la produzione), scritto con Alessandro Aniballi e montato da Paolo Petrucci, con le musiche di Valerio Vigliar …

Che cos’è 16 millimetri alla rivoluzione? Cominciamo da quello che non è. Non è un documentario storico. Non è la ricostruzione di una vicenda politica. Ma non era questa l’intenzione di Giovanni Piperno, documentarista con un passato da operatore che stavolta però mette insieme una intervista a Luciana Castellina, che ha un po’ il compito di cucire la storia, a lunghissime porzioni di pellicola non girata da lui, attingendo al patrimonio inesauribile dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, una miniera capace ancora di riservarci sorprese.

Credo che il senso più profondo del film sia quello che emerge alla fine (ma che lo percorre tutto) ovvero quello della riscoperta di un cinema di militanza, di un cinema politico e fortemente “partigiano” (il Pci ne era anche il produttore) ma insieme anche libero e pieno di voci e modi di intendere il cinema diversi fra loro.

Si sente la mano di quei registi, il timbro che ognuno mette nel raccontare qualcosa. Due esempi per tutti: Ugo Gregoretti (lo stesso che ci ha emozionato e fatto ridere quando eravamo ragazzi col Circolo Pickwick sul monoscopio quadrato di una tv pubblica rigidamente in bianco e nero) è presente in diversi spezzoni come cronista di una attività politica, in giro per le sezioni e per le manifestazioni.

E proprio Ugo Gregoretti è alle prese con un film di propaganda sulla campagna elettorale dei primi anni Ottanta. Fa mettere in posa col piccone i ragazzi della Fgci dell’Eur e chiude la sequenza chiacchierando con un passante curioso che gli chiede cosa stia girando. “Un film per la campagna elettora del Pci”.

Quel passante gli dice che lui ha votato comunista nel ’76 ma poi no, che ha votato radicale e che non ha ancora deciso cosa voterà, ma certamente non Pci. Gregoretti prima gli dice, salutandolo, che è libero di votare chi vuole, che questa è la democrazia, ma quando quello se n’è appena andato ci ripensa e lo segue per convincerlo. Chi avrebbe chiuso un documentario elettorale con la voce di uno che ti dice di non volerti votare?

L’altro frammento, davvero emozionante, è firmato da Giovanni Bertolucci per un film prodotto da Unitelefilm nel 1980, intitolato Panni sporchi. È il racconto di una notte alla stazione di Milano. Nel frammento scelto da Piperno c’è una giovanissima che parla della sua tossicodipendenza. Lontano anni luce dalla curiosità morbosa o dai toni di melenso compatimento, a un certo punto la voce fuoricampo di Bertolucci le chiede: “Ma tu cosa sogni la notte?” e lei risponde: “Faccio sogni strani, sogno mia madre”, la madre l’allontanamento dalla quale lei aveva raccontato essere alla radice della sua dipendenza.

Ed è bello il contrappunto tra il racconto raccolto oggi di Luciana Castellina che fa da “guida”, attraverso il suo ricordo, nelle vicende politiche e storiche di mezzo secolo di Pci e gli spezzoni documentari che lungo gli anni la ritraggono e ci restituiscono una figura di donna e dirigente sempre acuta e sempre eccentrica, nel senso letterale della parola. Come di chi ha vissuto quella storia avendo un punto di vista e una posizione non allineata e sempre inquieta.

E come in un ritratto di famiglia in un interno (almeno in un interno della sezione del Pci) Piperno ritrova casualmente in quei documentari degli anni Ottanta il volto di sua madre e di sua zia, le facce dei suoi amici, della ragazza di cui era innamorato (e anche di un’altra che gli piaceva) persino la voce del padre che commenta fuoricampo un documentario su Lenin, in cui il padre della Rivoluzione d’Ottobre accarezza il suo gattino, “che – dice la voce – lui chiamava Ideologico per la sua fulminea capacità di estrarre le unghiette dialettiche”. In questa “famiglia” ognuno potrà riconoscere un pezzo di quella comunità così complicata che un tempo si chiamava il popolo comunista.

E il film si chiude con una bella intervista in bianco e nero al nume tutelare del cinema militante, quel comunista irregolare che si chimava Cesare Zavattini, padre del neorealismo, quello che era capace di scrivere Ladri di biciclette ma anche Mamma mia che impressione (quello in cui Alberto Sordi porta al cinema “i compagnucci della parrocchietta”), Umberto D e i musicarelli.

Zavattini già vecchio detta le regole per il cinema rivoluzionario, per un cinema che non si interrompe mai, che non è fetto per l’industria o per i ricchi. E poi – in una specie di fuorionda che sarà stato tagliato nel montaggio ma che è rimasto nell’archivio – si impappina e non ricorda più cosa voleva dire. Non perché sia vecchio, ma perché ha troppa fretta e troppe cose da dire. E perché, in fondo, i discorsi venuti troppo bene non gli piacciono.