Omaggio a Grazia Deledda nel segno della terra. Il corto (poetico) di Peter Marcias ad Alice
Il corto “Una nuova voce” di Peter Marcias, presentato come evento speciale ad Alice nella città nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, vuole riaprire il canale della memoria. Lo fa attraverso la voce poetica di Grazia Deledda, la più dimenticata delle autrici italiane, e attraverso l’impegno della battaglia quotidiana per l’ambiente.

“Nois semus sardos”, noi siamo i sardi. È sia il titolo che la conclusione di una poesia di Grazia Deledda, tradotto nella lingua isolana dal prof. Diego Salvatore Corraine. Una nuova voce di Peter Marcias, cortometraggio presentato ad Alice nella città nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, fa sostanzialmente del componimento della poetessa la sua sceneggiatura.
In un’epoca in cui ogni notizia sembra fatta per essere consumata nel più breve tempo possibile e poi dimenticata con la stessa velocità, gli incendi che hanno devastato recentemente la Sardegna possono già essere passato remoto per molti. Ma cambiamento climatico e ottusità umana colpiscono duro ed è bene tenerlo a mente. I panorami sardi, la durezza dei paesaggi interni fatti di pietre e prati, hanno rischiato di scomparire divorati dal fuoco. Un rischio che correranno anche in futuro, se non si vorrà prendere la questione ambientale con la serietà che merita.
Cosa può fare un singolo davanti a tutto ciò? Piantare un albero, ad esempio. Può sembrarlo, ma non è un gesto banale, tanto che la campagna lanciata proprio in Sardegna lo scorso giugno ha scelto uno slogan molto azzeccato: “Piantare un albero è un gesto d’amore”. Innescare la crescita di una pianta richiede lungimiranza, perché un albero ha bisogno del suo tempo per crescere e con ogni probabilità servirà più alle generazioni successive che a chi l’ha piantato.
Marcias ha scelto di filmare proprio questo processo, carico di significati nella sua semplicità. Uomini, donne, bambini affondano mani e attrezzi nella terra per restituirle qualcosa che le appartiene di diritto, come la vita. E ad accompagnare queste immagini c’è la poesia di Deledda, nata e vissuta in terra sarda, dove ora riposa in una chiesa dal nome infinitamente poetico: Chiesa della Solitudine.
Il corto ha scelto l’aggettivo nuova per il suo titolo, ma ciò che racconta è la novità di quello che già conoscevamo e che abbiamo dimenticato. Deledda è quindi l’autrice migliore a cui riferirsi, così importante – primo Nobel per la Letteratura italiano della storia, seconda donna di sempre in un’epoca in cui essere donna voleva dire essere vittima di un’ingiustizia continua (non che oggi sia così, ma decenni di lotte questo svantaggio l’hanno ridotto e, ci si augura, lo ridurranno ancora) – eppure così sconosciuta.
Le sue parole sono lette in sardo, ma il senso è chiaro. Lasciamo qui a beneficio di tutti, però, la versione in italiano, ossia quella originale dell’autrice:
Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.
Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.
Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.
Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.
Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.
Noi siamo sardi.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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