Per non farci cambiare dal mondo. Ettore Scola torna a Roma in mostra, a dieci anni dalla scomparsa

Al via dal 2 maggio al 13 settembre  “Non ci siamo mai lasciati”, la mostra al Museo di Roma, Palazzo Braschi, dedicata a Ettore Scola, curata dalla figlia Silvia e da Alessandro Nicosia. Un viaggio nell’archivio di famiglia, tra le foto dei set e i film, le sceneggiature e le vignette satiriche (da il Marc’Aurelio soprattutto) per riscoprire un intellettuale che non ha mai smesso di essere attuale. E continua ad essere amato anche dai più giovani …

foto di Marino Festuccia

La domanda che si sente di più fare è “Cosa avrebbe detto di tutto questo?”. Il lui implicito è Ettore Scola, che parlare non può più e questo ci impoverisce tanto di acume quanto di risate. L’oggetto delle valutazioni, invece, è la mostra che il Comune di Roma ha deciso di dedicargli, intitolata Non ci siamo mai lasciati, aperta dal 2 maggio al 13 settembre al primo piano di Palazzo Braschi.

Silvia Scola, che la mostra l’ha curata assieme ad Alessandro Nicosia (con la collaborazione di Marco Scola Di Mambro, figlio di Silvia e nipote di Ettore), la domanda se la pone dal gennaio 2016. Ha passato gli ultimi dieci anni a cercare di tener vivo quel ricordo senza sconfinare mai nell’agiografia e possiamo dire che ci è riuscita. Prima c’era stato il bellissimo documentario girato assieme alla sorella Paola, Ridendo e scherzando, e poi l’altrettanto bel libro Chiamiamo il babbo, sempre a quattro mani. Ora c’è anche la mostra, in cui l’aspetto più bello sono le innumerevoli vignette satiriche disegnate qui e là nel corso degli anni.

Chi Scola non lo conosce, o comunque non abbastanza, troverà qui tutto quel che serve per scoprirne la traiettoria: da Trevico, piccolo paesino dell’avellinese dove è nato (il 10 maggio 1931), al suo sbarco nel Romnam, la giungla cittadina della capitale. Poi i disegni per il Marc’Aurelio (è qui che conosce Steno e Fellini), il Mario Pio radiofonico di Alberto Sordi, le sceneggiature per Totò, gli esordi come regista e il successo. Le foto dal set lo ritraggono quasi sempre sorridente, tranne quelle in cui sapeva di essere fotografato, perché la deferenza era comunque un tratto essenziale. Al resto ci penseranno i film, il Comune assicura che in tutte le arene estive dell’estate romana verrà celebrata la sua filmografia.

Marco Scola Di Mambro con la msamma Silvia Scola

Tanto di quel che ha detto e pensato fa capolino tra gli oggetti in mostra. Rimane l’atavico dubbio al condizionale su cosa avrebbe pensato dell’oggi. Pe saperlo ci vorrebbe una di quelle leggendarie sedute spiritiche in cui, una volta, Ruggero Mastroianni chiedeva disincantato: “Se po fumà?”. Silvia ci prova lo stesso, dice che senz’altro sarebbe stato sconfortato dalla deriva politica estremista degli ultimi anni, «ma ancora di più dalla sinistra evanescente». Allo stesso tempo, però, non avrebbe smesso di sperare nelle giovani generazioni, che per inciso (e forse non a caso) amano ancora pazzamente tanti dei suoi film. E forse proprio questa mostra è il mezzo migliore per tornare ad avvicinarlo a un pubblico che ha bisogno del suo punto di vista corrosivo ma mai corroso.

Gabriella Gallozzi, direttrice di queste pagine web, sostiene invece che avrebbe riso del piccolo lessico ripulito nascosto qui e là tra i testi della mostra. Scola è lo «”schiavo” (ghostwriter)» di Metz e Marchesi, secondo quanto si legge. Chi l’ha conosciuto sa bene che la parola era un’altra, senz’altro razzista, “negro”, ma all’epoca utilizzata in maniera sistematica per indicare quella professione e rivendicata con orgoglio. Scola avrebbe voluto farci i suoi biglietti da visita: “Ettore Scola – Negro di Metz e Marchesi”. Oggi invece è uno schiavo-ghostwriter e quel biglietto avrebbe perso di fascino, come tante altre cose.

Vale in ogni caso sempre la pena di riscoprire Scola e il suo cinema. Un po’ perché la sinistra italiana non ha mai saputo ricomporsi a pieno e tornare a sperare di cambiare il mondo, come racconta C’eravamo tanto amati. Un po’ perché gli intellettuali sono ancora fermi sulle terrazze, a chiedersi se sia meglio venire già mangiati alla rivoluzione. Un po’ perché le sale hanno sempre di più la dolente nostalgia dello Splendor, senza più né Mastroianni né Troisi a tenerla a galla. Un po’ perché il grottesco risultato delle disuguaglianze sociali è ancora qui, e i Brutti, sporchi e cattivi ora sono diventanti anche mostruosamente potenti.

Il punto è che, ahinoi, nessuno può dire davvero cosa avrebbe pensato, dietro i suoi occhiali spessi e la mezza voce sorniona, quell’intellettuale popolare vero, senza retorica, che ha lasciato dietro di sé tanta tenerezza da far sentire orfano anche chi non l’ha mai neppure conosciuto. Non possiamo farci niente, sono, per dirla col titolo di un film, le conseguenze dell’amore. O, per usare le parole che proprio Scola mette in bocca a un suo personaggio, il raggrinzito vecchio gitano a cui fa visita Oreste di Dramma della gelosia: «Amor ch’a null’amate, amar pedone… e ch’azz a fa?».


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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