Se il rifugiato siriano diventa un’opera d’arte. Il Faust tunisino candidato all’Oscar

In sala dal 7 ottobre (per Wanted Cinema) “L’uomo che vendette la sua pelle” della regista tunisina Kaouther Ben Hania, premio miglior attore protagonista, l’esordiente Yahya Mahayni nella sezione Orizzonti a Venezia 77. Un rifugiato siriano vende il suo corpo ad un celebre artista per fuggire dal suo paese in guerra. Il primo film tunisino ad aver ottenuto una candidatura all’Oscar …

In un ambiente bianco asettico, duplicato da specchi, due giovanotti in camicia candida reggono con delicatezza, uno per parte, una cornice da posare a parete.

In primo piano, di spalle, un uomo in nero elegante con chioma scura, illuminata da una lieve, argentea brizzolatura, indica ai due l’esatta posizione dell’opera d’arte.

È così che comincia L’uomo che vendette la sua pelle della regista tunisina Kaouther Ben Hania (già notata in passato al Certain Regard a Cannes e a Locarno) che, con questo film, passato lo scorso anno a Venezia Orizzonti – dove il protagonista, l’esordiente Yahya Mahayni, ex avvocato siriano, si è portato a casa il premio come miglior attore – per la prima volta porterà il suo paese in concorso agli Oscar per il miglior film straniero.

Cosa racconta? Una storia d’amore. Tra una giovane donna dallo sguardo di cielo cristallino e un giovanotto che ama forse da sempre.

Una storia di guerra. Quella che con la gelida partecipazione del dittatore Assad (versione perfida del nostro Fabio Fazio), ha devastato la Siria.

Ma è anche storia di surreale, contemporanea coesistenza tra un mondo sempre più fitto di gente disperata, priva di mezzi e diritti, e un mondo di spudorata ricchezza. Con personaggi ridicoli pronti a comprare merce umana, in questo caso trasformata in opera d’arte, sborsando con entusiasmo festeggiante 5 milioni.

L’idea, alla regista tunisina, è venuta al Louvre vedendo esposto vivo, in pelle ed ossa, nel 2006, il signor Tim Steiner sulla cui schiena l’artista belga Delvoye aveva tatuato la Vergine Maria in compagnia di un teschio e altri decori.

Trasformando così il signor Tim in opera d’arte. Che per davvero è andata all’asta con tanto di assicurazione e patto che, in caso di morte, la pelle tatuata sarebbe stata asportata al momento del decesso ed esposta, senza più il disturbo dell’ex umano, nella collezione miliardaria di chi se l’era comprato all’asta.

Patto mefistofelico, macabro assai da parte dell’artista – che in questo film ha un cameo nel ruolo dell’assicuratore – che la regista ha traslocato tra Siria, Libano e Belgio e collocato esattamente 10 anni fa, quando la primavera araba si è trasformata in inferno.

È lì a Raqqa – città fondata da Seleuco il Callinico, romana ai tempi di Settimio Severo e dal 2014 capitale dell’autoproclamato stato islamico – che nel 2011, su un treno, Sam Alì esulta e balla perché per la prima volta la sua bella (Dea Liane) gli ha sussurrato che l’ama. Ma il suo entusiasmo e il suo urlo improvviso “viva rivoluzione e libertà” che coinvolge i passeggeri, gli costerà parecchio caro.

Sbattuto in gattabuia, riuscirà, con l’aiuto della sua promessa sposa, a passare il confine tra Siria e Libano dove potrà a mala pena campare facendo lo stesso mestiere (selezionare pulcini maschi per l’inceneritore) del signor Yi, protagonista del superbo film Minari di Lee Isaac Chung.

Così, per riempire la pancia, rimediare un vinello e stuzzichini appetitosi da sgranocchiare, s’intrufola con un amico ad una mostra di un grande artista belga, tale Jeffrey Godefrey (Koen De Bouw).
Insomma è in quel Libano – che oggi annovera il 78% di povertà e il 36% di estrema povertà – e durante quella mostra che avverrà il fatale incontro per Sam.

Jeffrey ha da tempo in mente un ambizioso duplice progetto: dimostrare a chi crede che l’arte ormai sia morta che, grazie alla sua opera, sarà più che viva. Vuole per questo la sua schiena su cui intende tatuare il Visto Schengen rendendo Sam una merce molto più viva di un essere umano e, in quanto merce, appetibile e libera di girare il mondo.

Cosa del tutto impedita a chi fugge da terre devastate.
Per la sua schiena offre denaro, alberghi pluri-stelle e soprattutto la possibiltà di raggiungere Bruxelles, il centro dell’Europa unita, dove è finita la sua non più permessa sposa visto che, per salvarsi fuggendo dalla Siria, si è maritata nel frattempo con un altro.

Del resto un giovane come potrebbe rifiutare un’offerta del genere? In un’ epoca in cui sarebbe pure col tempo diventato un obbligo di moda pagare un sacco di quattrini per massacrarsi la pelle con tatu orripilanti e comunque macabri.

L’idea che, invece di pagare, venivi strapagato e potevi viaggiare, proibito a umani che fuggono da terre dove è impossibile vivere, come poteva non sedurre?
Naturalmente la scelta di farsi trasformare in merce umana, anche se d’arte, non poteva ben presto non svelare il rovescio della medaglia.

In italiano il titolo di questo film che gioca spesso sul double ha quel “vendette”, forse anche questo a doppio senso, che, almeno foneticamente, mi sembra brutto, ma il film è di qualità.
Tra i pregi ha anche quello di offrirci un’inedita Monica Bellucci bionda nel ruolo di Soraya, agente del famoso artista, finalmente azzeccato.
L’uomo che vendette la sua pelle è proposto nelle sale dalla Wanted Cinema.