Sorellanze doc. Cecilia Mangini racconta Grazia Deledda, la sovversiva

Grazia Deledda, parole e colori”, il nuovo documentario di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli dedicato alla scrittrice premio Nobel eppure completamente dimenticata. Un dialogo a distanza tra donne, accomunate dalla vicinanza con gli ultimi e dalla scelta di emanciparsi attraverso l’arte. “Per me leggere i suoi libri, quando nei ’50 per le donne c’erano solo i romanzi rosa, era sovversivo”, dice la Signora del documentario che, 93enne, continua a combattere col suo cinema la perdita di memoria e senso critico del nostro presente. Ricordandoci che la Sardegna ha dato i natali non solo alla Deledda ma anche ad Antonio Gramsci ed Emilio Lussu: “è grazie a loro tre se oggi l’Italia è un paese avanzato”…

Un passaggio di testimone attraverso decenni lontani tra loro. Una sorellanza fatta di vicinanza con gli ultimi, col mondo contadino, quello delle tradizioni più arcaiche. Un dialogo a distanza tra donne, accomunate anche dalla scelta di emanciparsi attraverso l’arte: per Grazia la scrittura, per Cecilia il documentario.

È un po’ questo il cuore di Grazia Deledda, parole e colori, doc in progress dedicato alla scrittrice sarda (produce l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna con OfficinaVisioni), al quale stanno lavorando Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli,  con l’obiettivo, prima di tutto, di far riemergere dall’oblio una delle protagoniste del ‘900, totalmente sparita dall’orizzonte letterario, per non dire delle antologie scolastiche che a Grazia Deledda dedicano appena poche righe.

Neanche il Nobel per la letteratura nel ’26, in pieno fascismo, unica donna italiana ad averlo vinto, è servito a strapparla alla rimozione collettiva. Sopraggiunta a poca distanza, forse proprio perché in quegli anni il posto riservato alle donne era ben altro. Grazia Deledda come “sovversiva” la descrive, infatti, Cecilia Mangini, a sua volta “sovversiva” signora del documentario che, a quasi 93 anni (il suo compleanno è il 31 luglio) continua ad esercitare il suo spirito critico che fin dall’inizio, gli anni Cinquanta, l’ha portata a raccontare la fatica del lavoro, le discriminazioni, lo sfruttamento delle donne, incontrando censure e (tardivi) riconoscimenti, dimostrando uno sguardo tra i più curiosi, anticonformisti e coraggiosi del cinema italiano.

“Quando nei 50 mi iniziavo a guardare intorno – racconta Cecilia – , per le le donne c’erano solo i romanzi rosa della Delly. Amori sofferenti, stupidi e incolti che proprio non riuscivo a leggere. Quando ho scoperto la Deledda l’ho letta tutta, racconti, romanzi. Allora le sue opere ancora venivano pubblicate e le donne le leggevano anche per opporsi al maschilismo imposto dalla Democrazia cristiana, perché la Chiesa voleva tutte casalinghe ubbidienti ai mariti. Leggere la Deledda era sovversivo. Oggi certe cose sembrano scontate quindi non riusciamo a capire l’importanza di quello che ha scritto e fatto…”.

Questa bambina dalla volontà di ferro, nata a Nuoro nel 1871 da una famiglia benestante che ha studiato sui libri dei fratelli quando finite le elementari si è vista proibire le scuole superiori, come allora accadeva a tutte le ragazzine. “È stata una specie di Alfieri, volli fortissimamente volli…. – riprende Cecilia – nella sua Nuoro dall’atmosfera soffacante, una prigione per le donne. Eppure vissuta con un sentimento contrastante, come un Giano bifronte: una grande vicinanza e questo desiderio di sfuggirne”. Come accadde nel 1899 col matrimonio (con Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, poi diventato il suo agente) che la portò a Roma dove morì a 65 anni, nel 1936, dopo aver raggiunto la gloria internazionale, in barba a quanti la volevano relegata alla letteratura regionale sarda.

Quando per lei l’orizzonte è sempre stato molto più vasto. Da quei due figli – continua Cecilia Mangini – “battezzati l’uno Sardus, eroe della Sardegna e l’altro Franz, nome tedesco, come a voler disegnare l’Europa unita, un continente legato da tutte le culture, da quelle più sotterranea a quella più moderna”.

Alla sua passione per Tolstoj, “nella sua biblioteca c’è la prima traduzione di quel grande capolavoro che porta ancora il titolo, La guerra e la pace. Pensate un po’ una giovane donna nella Sardegna di fine Ottocento che legge Tolstoj. Ed è proprio dal personaggio di Platon Karataev, il contadino che viene fatto prigioniero dalle truppe di Napoleone e che finisce a spiegare al nobile Pierre  Bezuchov il vero senso della vita che Grazia Deledda trova ispirazione, facendolo suo, per la figura di Efix, il servo di Canne al vento. Ecco, piuttosto che Cenere – film muto del 1916 con Eleonora Duse dall’omonimo titolo della scrittrice – se io penso a un suo romanzo per il cinema penso a Canne al vento, è quello che amo di più, che sento profondamente e di cui me ne approprio con affetto”.

Un affetto dovuto anche e soprattutto alla “difesa degli ultimi che Deledda sente vicini, per i quali vuole fare qualcosa… La storia di Efix che muore di fame, che non ha diritto a dormire su un materasso, ma dorme per terra…  Con lui ha avuto davvero un’intuizione da premio Nobel. Ed è attraverso questi personaggi che la scrittrice dichiara il suo antifascismo. Nel momento in cui difende gli ultimi, le persone che non hanno nessun diritto. Del resto il fascismo per lei era qualcosa che le era estraneo, lontano, che non atteneva alla sua vita. Lei aveva un impegno con la sua fantasia, coi suoi romanzi, l’impegno coi sardi l’ha mantenuto”.

L’amnesia collettiva che la riguarda – sottolineata anche da Paolo Pisanelli, co-regista e negli ultimi anni complice dei lavori di Cecilia Mangini – sorprende quindi tanto più. Anche se Grazia Deledda nella sua eccezionalità non è stata l’unica dimenticata. “Il 900 italiano ha avuto altre donne straordinarie – prosegue la regista – . Matilde Serao, giornalista, scrittrice che ha fondato e diretto giornali, che ha scritto romanzi, che ha allevato come sua la figlia dell’amante del marito. E ancora Argentina Altobelli, prima sindacalista italiana ai vertici della Confederazione generale del lavoro, perseguitata dai fascisti che le hanno persino tolto la pensione. Queste sono state le donne del ‘900”.

Tra loro Grazia Deledda, conclude Cecilia, ha avuto anche il merito di “far conoscere la Sardegna agli italiani. Quest’isola che allora appariva così lontana e che oggi si pensa solo per il turismo. E che invece ha dato i natali ad Antonio Gramsci e a Emilio Lussu socialista, scrittore grandissimo, antifascista anche lui. È grazie a loro tre se oggi l’Italia è un paese avanzato. Faccio quindi un appello agli editori: pubblicate i suoi libri, dedicatele degli eventi, vedrete che successo!!!”

Grazia Deledda, parole e colori è un primo passo. Un work in progress, per la riscoperta dello sconfinato mondo della scrittrice. “Un universo – aggiunge Paolo Pisanelli – che ci ha ispirato per andare a guardare nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo. Dal paesaggio al dettaglio di un fiore, attraverso quella capacità tutta sua di rendere le cose cromaticamente attraverso la scrittura, come un cinerama o un odorama”. Questo è l’universo di Grazia Deledda, provare per credere.