Sotto le tende della protesta. “The Encampments” quando gli studenti Usa hanno detto no al genocidio

Presentato al Torino FilmFest il 28 novembre e contemporaneamente in sala (per Revolver Film e Alberto Valtellina) “The Encampments – Gli accampamenti ” dei registi e attivisti statunitensi Kei Pritsker e Michael T. Workman. Nel cuore del campus della Columbia University, tra tende improvvisate, assemblee permanenti e cariche della polizia, il racconto potente delle proteste studentesche del 2024 contro il genocidio a Gaza. Nella miglior tradizione di cinema del reale alla Wiseman …

 

Con The Encampments – Gli accampamenti (2025), presentato nei festival internazionali e in questi gorni al Torino FilmFest, Kei Pritsker e Michael T. Workman, registi e attivisti statunitensi, firmano un documentario che si impone come uno dei ritratti più lucidi e diretti della recente mobilitazione giovanile contro il genocidio palestinese.

Nato quasi in tempo reale, nel corso delle occupazioni universitarie in solidarietà con Gaza che hanno attraversato gli Stati Uniti nel 2024, il film abbandona qualsiasi mediazione per restituire il clima, le tensioni e le contraddizioni di un movimento in continuo divenire. Un’opera che si inserisce con forza nella tradizione del cinema del reale militante, offrendo uno sguardo in prima linea su uno dei momenti politici più discussi degli ultimi anni.La narrazione si svolge nel cuore del campus della Columbia University, tra tende improvvisate, assemblee permanenti e cori di protesta. La macchina da presa si muove come un testimone discreto ma partecipe, seguendo gli studenti che hanno deciso di occupare gli spazi accademici per denunciare i legami economici dell’università con l’industria bellica e quella israeliana per chiedere un ripensamento etico delle istituzioni educative.

Il film intreccia il racconto delle giornate vissute nell’accampamento con interviste sul campo, frammenti di discussione, momenti di stanchezza e slanci di entusiasmo collettivo. Le voci degli attivisti si alternano a quelle di studenti più scettici, docenti, operatori dell’informazione: un coro polifonico che evita l’agiografia e mette in scena la molteplicità dei punti di vista.

Parallelamente, la regia documenta la risposta istituzionale: l’arrivo della polizia, gli sgomberi notturni, le sospensioni disciplinari, l’uso crescente della retorica securitaria. È il punto di collisione tra due visioni dell’università: luogo di critica e trasformazione, oppure organismo da proteggere e normalizzare.

Lo stile di Pritsker e Workman privilegia l’osservazione frontale, a tratti quasi “embedded”, richiamando la tradizione documentaria statunitense che va dal decano Frederick Wiseman al cinema partecipativo contemporaneo. Ma qui la camera non resta neutrale: la vicinanza fisica agli studenti è dichiarata, e questa prossimità diventa la chiave per comprendere la densità emotiva del film.

The Encampments è tanto un documento politico quanto uno studio antropologico sul funzionamento di un movimento. Il merito più grande del film è non cedere alla tentazione dell’idealizzazione: mostra fratture, conflitti interni, divergenze di strategia, inciampi organizzativi. La protesta appare nella sua natura più autentica: non un blocco monolitico, ma un ecosistema vivo, fatto di discussione, contraddizioni e apprendimento collettivo.

Sul piano visivo, gli accampamenti rimandano immediatamente ad altri momenti simbolici della contestazione americana: dalle occupazioni contro la guerra in Vietnam ai sit-in di Occupy Wall Street. Il film non esplicita questi riferimenti, ma li incorpora nell’estetica stessa delle immagini, suggerendo che il 2024 non è un’eccezione bensì un nuovo capitolo di una storia lunga e ciclica di dissenso giovanile.

Per chi studia cinema, comunicazione sociale o educazione civica, The Encampments diventa un caso esemplare: un film che non solo rappresenta la protesta, ma la mette in dialogo diretto con il sistema mediatico e politico che cerca di contenerla o, peggio, replimerla e censurarla.

The Encampments non sceglie la neutralità e non pretende di raccontare “tutta la verità”: sceglie invece di dare corpo ai processi, alle emozioni e alle tensioni di un movimento che ha ridefinito il ruolo politico degli studenti americani. È un’opera urgente, fragile e viva, che invita a interrogarsi sul senso stesso dell’impegno civile contemporaneo e sul potere dell’immagine come strumento di testimonianza.

Un documentario fondamentale per comprendere le dinamiche delle nuove forme di attivismo e, insieme, un oggetto cinematografico potente, capace di restituire la complessità del reale senza cedere al didascalismo.

Qui le sale dove vederlo


Ivan Selva

Ivàn (si legge Ivàn) Selva è fotografo e docente di audiovisivo. Si occupa di linguaggi dell’immagine e scrive di cinema, con particolare attenzione al rapporto tra realtà e rappresentazione.

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