Come ti mangio il borghese al mare. La lotta di classe (da ridere) secondo Dumont

Disponibile su Prime Video (di Amazon) “Ma Loute”, geniale incursione nel cinema “filosofico” di Bruno Dumont tra pescatori cannibali e ricchi “mostruosi”. Una storia comica, assurda, politica, ambientata nella Francia “balneare” del 1910, dove ricchi e poveri si danno battaglia, scardinando generi e senso comune. Presentato a Cannes 2016. Da vedere …

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È il 1910 in una località balneare al Nord della Francia: c’è una famiglia borghese, i Van Peteghem, che arriva in vacanza nella villa di famiglia e dissipa il proprio tempo nei riti degli aperitivi, le passeggiate e le escursioni. I membri adulti della famiglia sono infermi, ricurvi o folli, segnati dagli incesti ripetuti nelle generazioni, dediti all’oziosa osservazione dei pescatori poveri (definiti “pittoreschi”) proprio come si guardano gli uccelli.

C’è una famiglia proletaria, i Bréfort, che si guadagna da vivere attraverso il trasporto dei turisti sul fiume, eseguito spesso a braccia. C’è una serie di sparizioni, persone svanite nel nulla su cui indaga l’ispettore Machin, in enorme sovrappeso, che per raggiungere i luoghi preferisce rotolare che camminare.

Il giovane pescatore Ma Loute si innamora della rampolla borghese Billie, ragazza che si veste da ragazzo, in un possibile Romeo e Giulietta sformato dalla confusione sessuale. Nel frattempo l’intreccio non cela il mistero ma lo pone subito dinanzi agli occhi: i poveri tendono imboscate ai ricchi, li catturano e sequestrano per poi cibarsene in grandi pentoloni comunitari. I poveri mangiano i ricchi.

In estrema (e impossibile) sintesi, è la “storia” di Ma Loute, film di Bruno Dumont già arrivato in sala nel 2016 per Movies Inspired, dopo il passaggio in Concorso al Festival di Cannes e l’abbaglio della giuria che lo ha escluso dal palmarès. Non una novità per il regista di Bailleul, già professore di filosofia, uno dei maggiori cineasti del contemporaneo: dai primi film, in particolare dal capolavoro Twentynine Palms sepolto dai fischi a Venezia 2003, Dumont è abituato ad essere trascurato, minimizzato, equivocato.

Invece Ma Loute, liquidato frettolosamente come “semplice” commedia grottesca (il ritornello: si ride con classe) resta una delle migliori ipotesi di cinema, il film che porta l’architettura visiva e narrativa di Dumont nel territorio della commedia frontale.

“La dimensione comica è di un grado diversa dal dramma, basta spostare poco l’azione: il fallimento di una sequenza di dramma si fa commedia”, dice il regista. Dopo i semi di genere presenti nella miniserie P’tit Q’nquin, Dumont conduce il “fallimento del dramma” alle conseguenze estreme: innesca una serie di cortocircuiti tra finzione e “realtà”, a cominciare dai borghesi incarnati da interpreti celebri (Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi, Juliette Binoche – tutti magnifici) che recitano insieme ai pescatori impersonati da attori non professionisti (Brandon Lavieville, Raph, Laura Dupré – altrettanto perfetti), a sottolineare ulteriormente la differenza sociale.

D’altronde il personaggio di Ma Loute in francese significa “la mia donna”, nome però attribuito a un ragazzo, in riferimento paradossale alla ragazza di cui si innamora, “la sua donna” che poi si rivelerà un uomo: e il nome/titolo vanta una chiara assonanza con Ma Lutte, “la mia lotta”, ovviamente lotta di classe.

Basti questo per sondare gli abissi, la complessa concettualità e i percorsi di senso che il film innesca: in Ma Loute una madre, assolvendo alla funzione domestica, invita i figli a sfamarsi proponendo i resti di un piede umano (“Non vuoi almeno un dito?”). Una sorella discute apertamente di incesto col fratello, analizzando gli aspetti della questione (“Almeno papà era davvero ubriaco”), senza dramma né pathos ma deviando totalmente dal registro atteso: questi slittamenti, il cambio radicale di tono rispetto al previsto, è la strategia con cui Dumont disorienta.

Ispirata alla fotografia di inizio ‘900, con una ricostruzione filologica di costumi e luoghi (siamo a Calais oggi scenario del dramma dei migranti), la messinscena si offre come vertiginoso accumulo di fatti e situazioni, gag e pazzie, implicite rime interne (per esempio, le orecchie a sventola di Ma Loute come il caracollare costante di André/Luchini), esilarante convivenza degli opposti (“Siamo sia santi che appestati”, Dumont), trovate continue che spostano l’attenzione, spaccano il genere, distruggono il consueto.

Inseguendo, tra l’altro, una sua traccia politica: “Ci sposiamo tra di noi per le alleanze industriali: è il mondo moderno”, afferma André/Luchini, descrivendo il capitalismo che si autoalimenta in una diversa, ma non lontana, forma di cannibalismo.

Il dominio dei ricchi sui poveri, la rivalsa dei poveri che se li mangiano, l’idiozia dell’autorità che vola via come un pallone gonfiato a elio. I borghesi e i proletari che alla fine si riposizionano rigorosamente nei rispettivi schieramenti.

Ma lo sguardo di Dumont non si limita certo alla politica. Non è umanista né sociologico. È come sempre filosofico. L’esclamazione folle, la pronuncia blesa, le parole strascicate sono il centro di questo film: Binoche che declama falsa meraviglia, Luchini che dice “ouisseki” al posto di whiskey sono i segni di una mostruosità ridicola, una deformità spassosa e/o terribile dove i mostri siamo tutti noi.