Tra Wittgenstein e il tennis, il mondo dello scrittore star

Il mito David Foster Wallace, cantore della cosidetta “Generazione X”, rivive nel film The End of the Tour, di James Ponsoldt. La complessità del suo mondo lettterario da “La scopa del sistema” al suo capolavoro, “Infinite Jest“…

maxresdefault-11 «Infinite Jest è stato immaginato come un libro triste. Non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice».
Leggendo qualche passo dei suoi lavori, o estratti delle sue interviste, si ha l’impressione che David Foster Wallace stia già dicendo molto di se stesso usando pochissime parole. Con una semplicità e una schiettezza a tratti disarmanti, l’autore americano, morto suicida nel 2008 e diventato negli anni vero e proprio mito letterario, sembra metterti spesso di fronte una verità, la sua, che potrebbe paurosamente coincidere con la tua. Eppure un rischio nel confrontarsi con Wallace c’è sempre, ed è quello di pensare, di capire molto della persona e dell’autore, basandosi su frasi che nascondono tranelli uno dopo l’altro.

154-lipsky-wallaceIl punto critico sembra questo: bastano poche parole a Wallace per svelare un universo, il suo e quello esterno. Eppure la sua prosa lascia sempre in sospeso qualcosa di non detto. Questa è l’oscurità di cui era consapevole lo scrittore statunitense e la difficoltà che si incontra avvicinandosi alle sue pagine. Ed è in questa difficoltà che sembra cadere anche The End of the Tour, il film diretto da James Ponsoldt presentato alla Festa del cinema di Roma e basato sul libro del giornalista David Lipsky, che in Come diventare se stessi ha trascritto l’intervista fatta allo scrittore statunitense durante il tour promozionale del suo romanzo principale, Infinite Jest (pubblicato in Italia da Einaudi). images-3

Il film prova a raccontare il Foster Wallace persona più che il Foster Wallace scrittore, ma rimane bloccato proprio in una sorta di incomunicabilità linguistica che alla fine lascia comprendere poco del personaggio, se non in una forma eccessivamente semplificata.
Sembra proprio di avere a che fare con quella complessità del linguaggio che Wallace, laureato in filosofia e studioso appassionato di Wittgenstein, ha spesso messo al centro del suo pensiero e dei suoi lavori, a partire dal primo romanzo La scopa del sistema. Scritto durante gli studi universitari e pubblicato nel 1987.

La scopa del sistema si ispira alla sua seconda tesi di laurea e fa della questione del linguaggio – riuscendo tra l’altro ad infilare i “giochi linguistici” di Wittgenstein nella semplicità dei dialoghi tra i personaggi – uno dei punti chiave della sua opera. Proprio quel linguaggio che “fa problema” quando si tenta di spiegare il pensiero dello scrittore tramite la parola che non è la sua.images-5

Infinite Jest, opera mastodontica (più di 1400 pagine) considerata il suo capolavoro, esce nel 1996, e trasforma il riservato autore americano in un culto nazionale e mondiale. Nessuno, come lui, infatti – insieme a Dougland Coupland – sembra essere riuscito a descrivere angosce e malinconie della cosiddetta generazione x, la sua. Quella dei nati negli anni Sessanta e incapace di fare i conti con il presente. Eppure quel successo planetario che lo porta sotto ai riflettori come una star non sembra colmare quel buco che l’autore non ha mai nascosto di percepire come sempre aperto: «Ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza […] c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno» raccontava proprio a David Lipsky. Infinite Jest – che deve il titolo a un passo dell’Amleto di Shakespeare – è ambientato a Boston in un futuro imprecisato ma non troppo lontano, e nelle sue moltissime pagine spazia dal tema della dipendenza da droghe a quello delle nuove forme alienanti dello spettacolo e dell’intrattenimento popolare, fino al tennis come metafora della competizione nella società americana.

infinite-jest1Il tennis, che da giovane Wallace praticava con ottimi risultati a livello agonistico, è elemento ricorrente in tanti suoi lavori, come la raccolta Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) e Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due saggi dedicati rispettivamente a Roger Federer e a un’edizione degli US Open.

Una straordinaria capacità di fondere l’alto intellettualismo all’acuta ironia, di dosare surrealismo e iperrealismo, trova modo in Wallace d’esprimersi nei campi più vasti della vita umana, dallo sport alla matematica, dalla pubblicità alla critica letteraria, fino al cinema: «A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l’orecchio», scrive confrontando Le iene e Strade perdute, di cui aveva seguito le riprese sul set.
La complessità, umana e letteraria, di un autore che non può far altro che far discutere, devono esser affidate allora alle tantissime pagine, quasi sproporzionate rispetto al numero di pubblicazioni, in cui Foster Wallace ha seminato indizi e riflessioni, in cui ha ricercato continuamente la parola giusta, quella che completasse il senso del suo operare. Non a caso la critica letteraria si è divisa, dipingendo lo scrittore di Ithaca, Stato di New York (dove è nato nel 1962)  tanto come un “impostore” o “il più sopravvalutato della nostra generazione”, quanto come la miglior mente della letteratura contemporanea. Il suicidio a quarantasei anni, avvenuto nella casa in California dove viveva con la moglie, ha colorato di ulteriori sfumature la sua figura, la difficoltà resta nel posizionarsi sotto la giusta luce per poterle coglierle. images-4
«La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta».  Così scriveva Foster Wallace nel suo Infinite Jest, rendendo insomma il suo sucidio il più annunciato della storia della letteratura.