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Triangle, le conquiste del ‘900 sotto le macerie della fabbrica

Pubblichiamo un intervento di Costanza Quatriglio, apparso sugli Annali n. 17 dell’Aamod, dedicato al suo film che ricostruisce due tragedie operaie speculari. “Triangle” sarà proiettato il 28 gennaio (ore 20.30) nella sede romana dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico….

Negli ultimi dieci anni, la nostra cinematografia è stata prigioniera della sistematica rimozione del presente, alimentatasi con le bugie di una condotta consolatoria, figlia di un’autocensura continuativa e cinicamente interiorizzata. In ciò che chiamiamo il cosiddetto cinema industriale, ignorare le innumerevoli questioni del lavoro è stato e continua a essere un atto doloso. In risposta a un tale deficit di narrazione, la reazione di chi, come me, ha esordito agli inizi degli anni duemila, è stata più istintiva che ragionata e si è nutrita del bisogno primario di confrontarsi con le potenzialità espressive del linguaggio cinematografico, senza affidare la forza dei propri film all’indiscutibile importanza dei contenuti. Il mio percorso è stato puntellato da tappe in cui il tema del lavoro è inscindibilmente legato al modo in cui è trattato, che a sua volta è connaturato a una ricerca del tutto personale. Nei miei primi film è centrale l’idea che dal lavoro discenda la costruzione del sé, ed è nel rapporto tra individuo e ambiente che si gioca la partita del racconto. Tra il ’98 e il ’99 ho realizzato un cortometraggio di fantasia sulla giornata di un’operaia addetta a lavare il sangue in un mattatoio. I getti d’acqua violenti appaiono come pennellate che squarciano grandi distese di rosso intenso; persa tra i rumorosissimi meccanismi d’acciaio, la protagonista impazzisce. La funzione simbolica affidata al livello figurativo di questo racconto ha poi lasciato il posto alla dirompente umanità di Gioacchino, nove anni. Qui l’ambiente è il cantiere in cui il bambino aiuta il padre e il nonno nei giorni d’estate che lo tengono lontano dalla scuola. Ripara una casa e gioca tra le travi, soccorre un gattino a cui è andata la calce in un occhio, appena prima che gli accada la stessa cosa. Un breve documentario che narra l’imparare la vita attraverso le leggi del mestiere. Era l’estate del 2000; l’anno in cui ho sperimentato il corpo a corpo con la macchina da presa, o meglio, la telecamera. Mi addestravo a riconoscere quella relazione unica e irripetibile che ogni cineasta instaura con la realtà, perché da quella relazione, fondata sull’esperienza, dipende tutto.

Come spesso accade, chi esordisce guarda il mondo più vicino a sé. Alla crescita di due adolescenti attraverso il lavoro, ho dedicato L’isola, il film lungometraggio del 2003 in cui i protagonisti vivono la fatica come l’aria che respirano. Pescatori e marinai sanno cosa chiedere al mare perché è da lì che tutto parte ed è lì a cui tutto torna; ne L’isola, i due protagonisti crescono come piante davanti la macchina da presa, costruendo la propria identità attraverso l’acquisizione di consapevolezza di sé e dei propri bisogni. E adolescenti sono anche i minori stranieri non accompagnati de Il mondo addosso, documentario del 2006, in cui ciascuno dei ragazzi cerca di trovare la propria strada attraverso il mestiere, non solo per affrancarsi dai criteri restrittivi della legge Bossi-Fini, ma per seguire la propria indole, convinti sia loro diritto imparare a far bene ciò che amano.

Con il passaggio all’età adulta arriva l’amara consapevolezza che non basta amare il proprio lavoro per sopravvivere alle brutture dell’ambiente in cui si opera: Con il fiato sospeso è ispirato al memoriale di Emanuele Patanè, dottorando del dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università di Catania i cui laboratori di chimica sono stati sequestrati dalla magistratura nel novembre del 2008 a causa del sospetto inquinamento ambientale. Emanuele è morto cinque anni prima per un tumore al polmone, dopo aver descritto lo stato di insalubrità di quei laboratori. Condizioni di lavoro inaccettabili in un luogo che era la sua vita, la sua casa, che egli stesso aveva preso a definire la sua prigione. Protagonista del film è Stella che – come Emanuele – ama profondamente ciò che fa, tanto che non smetterà di frequentare i laboratori neanche dopo la diagnosi della sua malattia. L’idea di intervistare Stella, interpretata da un’attrice tanto nota come Alba Rohrwacher, è nata portando alle estreme conseguenze il ragionamento sulla relazione del cineasta con il reale: per raccontare la più indicibile delle esperienze dovevo affidarla alla più pura delle finzioni. È stato come un urlo di dolore: una cinematografia degna di questo nome non può esimersi dal confrontarsi con il sentimento del proprio tempo. E di certo, la tossicità del lavoro dei giovani ricercatori precari racconta il nostro paese più di quanto noi stessi siamo disposti ad accettare. – Tu sei come una figlia per me… quando ho cominciato a lavorare in laboratorio ancora non si sapeva che il benzene era cancerogeno, che l’amianto era cancerogeno eppure il mio professore ha vissuto fino a novantanove anni, chi può dire cosa fa male e cosa no?”-, queste le parole del professore di Stella, che si rivolge alla sua allieva con fare paterno. Ho sempre considerato Con il fiato sospeso un film sulla ricerca della verità, cioè sull’assunzione di responsabilità di fronte al proprio ruolo. Paradossale che sia ambientato dentro una università e non in una fabbrica. Una storia di padri e figli e non di padroni e operai.

Come è, invece, quella di Triangle: qui la ricerca della verità ci porta a mettere in discussione l’idea novecentesca di civiltà del lavoro. Tutto è nato dall’intuizione di poter accostare l’incendio di una fabbrica tessile a New York avvenuto nel 1911 in cui morirono 146 operaie, al crollo di una palazzina a Barletta nel 2011 in cui a morire furono donne che lavoravano in una maglieria fantasma. L’agguato del film a tesi era dietro l’angolo: se fin qui ho parlato di ascolto, elaborazione e restituzione dell’esperienza come base per una drammaturgia che ha il compito di non accontentarsi della mera osservazione del reale e di trovare chiavi d’accesso per raccontare il presente, la realizzazione di Triangle mi ha posto la questione di come costruire un racconto non dimostrativo che, al contrario, ci potesse condurre dentro le fabbriche e le aziende tessili costruendo un’esperienza di prima mano. Triangle è il nome della fabbrica di New York all’angolo tra Greene Street e Washington Place; il triangolo, però, è anche quella figura che nasce dalla unione delle linee invisibili che collegano i due poli della nostra storia: il lato ascendente inizia con il 25 marzo del 1911 a New York e prosegue su per il taylorismo, il fordismo, il sacrificio di tante operaie ed operai, la nascita dei sindacati, le lotte e le conquiste che hanno fatto il Novecento, quello discendente inizia il 3 ottobre del 2011 a Barletta, il giorno in cui a crollare non è solo una palazzina, ma una intera civiltà. Qui post-globalizzazione è sinonimo di quelle macerie sotto cui hanno perso la vita tanti nuovi schiavi. Il terzo lato del triangolo è lo spazio vuoto: ciò che non vediamo e su cui abbiamo il dovere di interrogarci. La sorprendente verticalità della città di New York dei primi novecento che restituisce, figurativamente, il mito della forza in cui l’oppressione sociale affonda le sue radici, si scontra con il vuoto pneumatico, cioè il risultato dell’implosione di un sistema in cui l’intera comunità-mondo non sa più che fare. Estratta viva dalle macerie del crollo di Barletta, l’operaia Mariella Fasanella assume su di sé tutto il peso del mondo. Lei non ha rancore nei confronti del datore di lavoro, anzi gli è devota. Il ritorno alla dimensione preindustriale lo viviamo con lei, non solo perché oggi Mariella lavora a cottimo, ma soprattutto perché sa che la sua unica speranza di sopravvivenza è contare sulla propria capacità di lavoro. Quando mi parla di ciò che è successo, sa bene cosa dice, “Io non prendo i contributi e robe varie però io sto come in una famiglia. Non mi pesa questa cosa, anzi io sto bene e ci rimango. Eravamo coscienti noi al cento per cento che là stavamo a lavorare a nero. Non vuol dire niente che la confezione era in regola, non era in regola, che le ragazze stavano a nero.. Il palazzo è crollato. Metti il caso che stavamo tutte in regola… il palazzo crollava. Anche se fossimo state tutte in regola, il palazzo crollava lo stesso’.

Mi vengono in mente le riflessioni di Simone Weil quando, chiusa negli uffici londinesi di France Libre durante la resistenza francese, interrogandosi sulle fondamenta dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, inventa un nuovo vocabolario scrivendo La Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano: “(…) il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana e difficile da definire è il radicamento, perché costituisce il terreno di cultura indispensabile per la soddisfazione degli altri bisogni. Cosicché ad esso si oppone non un bisogno correlativo ma la sua negazione, la malattia dello sradicamento. Lo sradicamento operaio, lo sradicamento contadino, lo sradicamento geografico. Ma soprattutto il radicamento si attua con la partecipazione reale attiva e naturale all’esistenza di una collettività”

A dire il vero, è Mariella ad insegnarmelo: quando mi parla del suo saper fare, le si illuminano gli occhi di una gioia ritrovata. Solo così può sopravvivere; anzi, solo così può vivere, con l’orgoglio di chi sa che assumersi la responsabilità del proprio ruolo è il più grande gesto che l’essere umano possa compiere.


Costanza Quatriglio

Regista. Il mondo dell'infanzia e l' adolescenza sono i primi temi su cui punta il suo obiettivo ("È Cosaimale?", "L'insonnia di Devi", "L'isola", Il mondo addosso"). I diritti, le donne, il lavoro a seguire ("Terramatta", "Con il fiato sospeso", "Triangle"). Di omicidi di stato racconta invece, il suo ultimo "87 ore"