Tutta un’altra musica. La prima sorpresa di Venezia 77 è il discepolo indiano

Passato in concorso “The Disciple” dell’indiano Chaitanya Tamhane, già aiuto di Alfonso Cuaron in “Roma”. Un racconto di riesilenza culturale attraverso la storia di un giovane musicista di musica indiana classica (Rag della tradizione Ahwar) a rischio di estinzione, sommersa dalla volgarità imperante e dai talent …

Sarà distribuito in Italia ? Improbabile. È bello? Sì, molto. Ci vuole orecchio, come cantava Jannacci, almeno un po’, per farsi catturare anima e corpo dal primo film importante in concorso a Venezia.

Il film è l’indiano The Disciple, Il discepolo, e il regista è Chaitanya Tamhane – duro da leggere, lo so !- già premiato a Venezia a “Orizzonti” per l’opera prima, è così talentuoso che Alfonso Cuaròn se lo è affiancato per la lavorazione di Roma.

Lo dico brevissimamente, perché di questo cineasta (classe 1987) risentiremo parlare. Il tema in oggetto è la musica classica tradizionale dell’India settentrionale, materia ostica, in apparenza, e invece no. È un film di battaglia per le bioculture – non so come chiamarle – a rischio di estinzione.

È il Rag della tradizione Ahwar, che il giovane protagonista coltiva con devozione, assediato dalla musica-merce, dai Talent show (che anche in India imperversano ), dalla miseria cronica che è il destino dei musicisti rigorosi.

Sono composizioni, i Rag, che impongono strenuo esercizio e ferrea disciplina, frutto della ricerca di guru e asceti, di una meditazione ad hoc per piegare la voce. Nella corrente più radicale, rappresentata nel film, rifiutano ogni compromesso commerciale e ogni cedimento al facile consumo, alla deriva “occidentale”, leggi pop.

In qualche modo The disciple è un musical, ma siamo agli antipodi di Bollywood, anche se il luogo è Mumbai. E questo ragazzo, sistematicamente frustrato da tutto quello che obbedisce alle leggi di mercato, ma perfino dal suo illustre maestro di canto – che assiste con l’amorevolezza generosa di un figlio – è un meraviglioso vincente dell’esistenza, anzi un eroe della resilienza culturale.

Forse il pensiero mi è corso alla canzone popolare italiana, affondata con perdite dopo una breve stagione di gloria tra gli anni ’60 e ’70. Ma forse conta la resa cinematografica, sottile e struggente, della volgarità di un presente che non lascia spazio alla riflessione sull’arte e alle fondamenta delle culture tradizionali di un Paese. Uno per tutti, simbolicamente.

fonte Huffington