Tutti i vampiri di oggi, compresa l’AI. Il “Dracula” sdentato di Radu Jude arriva in sala

Al cinema dal 7 aprile (per Cat People e EXA in collaborazione con I Wonder Pictures) il parodico “Dracula” di Radu Jude, regista già Orso d’oro per “Sesso sfortunato o follie porno”. Che, raccontando la crisi di un cineasta che ricorre all’I.A. per generare abbozzi grotteschi e sconclusionati di film sul celebre vampiro, continua e porta alle estreme conseguenze la sua satira dei media e della Romania (di ieri e di oggi). In un film volutamente e programmaticamente eccessivo, assurdo, volgare e sproporzionato. Come il mondo delle immagini, e il sistema socio-economico, in cui siamo immersi…

Si chiama Dracula, il nuovo lungometraggio di Radu Jude in sala dal 7 maggio per Cat People ed EXA, in collaborazione con I Wonder Pictures, dopo le anteprime a Locarno e Torino. Ma nessun adattamento più o meno libero del romanzo omonimo (1897) di Bram Stoker (compresi i recentissimi ad opera di Robert Eggers e Luc Besson) o generico film sui vampiri somiglia a questa fluviale, sproporzionata, assurda satira dell’immagine, e della società, odierna. Perché sono ancora una volta questi i bersagli del regista Orso d’oro nel 2021 con Sesso sfortunato o follie porno, che stavolta porta alle estreme conseguenze la corrosiva decostruzione dell’ecosistema audiovisivo contemporaneo e della sua Romania. Terra d’origine anche, e non per nulla, di quel principe di Valacchia che ispirò il celeberrimo libro dell’irlandese Stoker.

Si parte proprio da lui, o meglio da una carrellata di figure in I.A. rozzamente e grottescamente artificiose che annunciano tutte: «Sono Vlad, l’Impalatore, Dracula. Succhiatemi il cazzo!». Non è però l’ennesimo, delirante video di Donald Trump su Truth, bensì il sintomo della crisi creativa di un cineasta (Adonis Tanța) il cui tentativo di realizzare un film sul più iconico dei “succhiasangue” si è impantanato in un personalissimo, e trash, 8 e ½. Da cui prova a uscire suggerendo spunti all’improbabile intelligenza artificiale Dr. AI Judex 00, che sforna per lui demenziali storpiature di opere e stili, letterari e cinematografici, del passato, situazioni surreali e piccoli apologhi come quello che chiude, malinconicamente, il tragicomico excursus.

Ecco allora il mitico Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau interpolato da pubblicità di contenuti porno, farmaci e app per turisti, poi una scena del Dracula di Francis Ford Coppola che implode in un’orgia di pacchiane e posticce immagini erotiche, un tentativo assai improbabile di film muto «alla Dreyer o Beckett» (col protagonista in preda a mal di denti ma impossibilitato a curarsi per difetto di soldi e assistenza sanitaria pubblica), un’amatoriale trasposizione di Vampirul, primo romanzo rumeno (datato 1938) sui non-morti (la più lunga delle molteplici digressioni, 50 minuti sui 170 complessivi) e molto altro. Tra i vari abbozzi di film (im)possibili, scorre la storia di una scalcinata coppia di attori-sex worker (Gabriel Spahiu e Oana Maria Zaharia) che si esibiscono in un locale per turisti abbienti, i quali finiranno col dar loro la caccia (portandosi dietro anche i bambini) per infilzarli come si usa fare coi veri vampiri.

Fra sequenze girate con l’iPhone, meta-volgarità programmatica (il cineasta-personaggio vuole realizzare un film «molto commerciale», a base di sesso, sangue e gag fisiche, pur non rinunciando a riferimenti e chiavi di lettura pretenziosi) e continue incursioni della già citata I.A. (de)generativa, quella di Jude è una discesa nel “brutto” e nel non-senso dell’ipervisione odierna. Dove l’arte (la settima, e non solo) annaspa nell’impotenza di mediocri creativi persi nel labirinto di ambizioni velleitarie, idee senza prospettiva e vanità di piacere (anche scandalizzando) ad ogni costo. Ma di registi, forse, non c’è neanche più bisogno, visto che ognuno può improvvisarsi tale con un dispositivo elettronico e un software. Il cinema stesso, allora, muore per risorgere come vampiro, fagocitando e riespellendo le proprie immagini-simulacro e dissanguandosi nell’esposizione sguaiata della finzione, e nel disiniteresse (più che impossibilità) a distinguerla dal mondo reale.

Che però Jude, anche quando sembra solo voler spingere sul pedale della provocazione smisurata, sgradevole e autoreferenziale, non smette mai di tener presente. E infatti il suo Dracula è (anche) l’allegoria apocalittica di un Paese e del sistema capitalistico in cui si trova tossicamente invischiato, come già di recente il filmmaker ci ricordava in Do Not Expect Too Much From the End of the World (2023) e nell’Orso d’argento Kontinental ’25 (2025). Non per nulla, ci viene rammentato, lo stesso Karl Marx considerava il capitale «lavoro morto che si ravviva, come un vampiro, succhiando il sangue del lavoro vivo».

Così, nel caotico mosaico satirico, abbiamo non solo un Dracula postmoderno (Alexandru Dabija) che reprime, con tanto di robot-assistente stile MetropolisStar Wars, i dipendenti in sciopero di un’azienda di videogame (a cui gli impiegati devono giocare per conto di clienti americani), ma anche un TikToker nazionalista e una truffaldina clinica di ringiovanimento per ricchi attempati (tra cui, si dice, molti vip della celluloide). E nelle varie parentesi della trama principale vediamo i turisti cacciatori di (innocenti) “vampiri” discorrere cinicamente sull’opportunità della tortura, o si rievoca lo scandalo del Dracula Park, faraonica e mai compiuta opera pubblica avviata dal governo rumeno nel 2001.

Il cineasta affonda i canini anche nel passato, dal primo Novecento della parte su Vampiru (che ridicolizza tanto i vecchi poteri aristocratici e clericali quanto la rampante borghesia incarnata dal dottorando Cociu) al regime di Ceaușescu (con la rivisitazione parodica della love-story proletaria di În Treacăt di Nicolae Velea). Facendo emergere, sempre e comunque, un’umanità infelice che continua a offrire il proprio collo ai morsi del potere, prigioniera com’è di schemi ipocriti, bigotti, classisti. Che ci minacciano e consumano molto più dei vampiri.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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