Un epitaffio per l’America, ricordando Edgar Lee Masters

È “Ritorno a Spoon River” folgorante documentario di Francesco Conversano e Nene Grignaffini passato a Torino. A cent’anni dalla celebre “Antologia” un nuovo viaggio tra le vite dei cittadini dei piccoli centri del Midwest come in un racconto di Carver e in un quadro di Hopper…

51L’aitante pompiere dice che sul suo epitaffio vorrebbe veder scritto che ha aiutato la sua comunità. L’anziana “lavandaia” di aver avuto una vita “senza macchia”. Il giovane agricoltore di essere stato “marito e padre per sempre”. Il musicista col cappello da cowboy di “non avere avuto rimpianti”, proprio come il “suo antenato”, il suonatore Jones di cui legge “l’epitaffio” che porta la firma di un gigante della letteratura americana come Edgar Lee Maters.

Siamo a Spoon River cent’anni dopo. Su quella collina dove dormono Elmer, Herman, Bert, Tom… Chi consumato dalla febbre, chi bruciato in miniera, chi ucciso in una rissa, chi morto in prigione. Siamo nell’Innois, nei paesini di Lewistown e Petersburg, tra la gente del Midwest che con le sue esistenze di comune infelicità è diventata protagonista di una delle pietre miliari della letteratura del Novecento: l’Antologia di Spoon River. Il capolavoro di Edgar Lee Master, uscito nel 1915 e arrivato in Italia nel 1943 per la traduzione di Fernanda Pivano. Un testo diventato “sacro” col tempo e fonte di infinite ispirazioni, compresa la musica come testimonia da noi, Non all’amore né al denaro, né al cielo, indimenticabile album di Fabrizio De Andrè.
Unknown-2Celebrare questo “monumento”, quindi, deve essere stato il punto di partenza di Ritorno a Spoon River che la coppia di autori, Francesco Conversano e Nene Grignaffini – appassionati di letteratura e di States – hanno presentato a Torino, folgorando la platea.

Sì, perché in questo viaggio di poco più di un’ora e mezza, in un splendido bianco e nero, i registi riescono nell’ardua impresa di sposare poesia e cinema, pittura e letteratura. Come in un quadro di Edward Hopper, in un racconto di Raymond Carver o in una inquadratura di Nebraska di Alexander Payne, Ritorno a Spoon River racconta l’America più profonda del nostro presente, attraverso le voci e i volti dei suoi cittadini comuni che si confrontano col testo di Lee Masters, potente ieri come oggi. Ognuno di loro legge, come in un reading di poesia, uno dei celebri “epitaffi” dell’Antologia e poi, in coda, dice quale vorrebbe vedere sulla sua tomba. Mentre li vediamo ritratti nelle loro case, nei loro uffici, nei loro luoghi, immersi tra i loro oggetti, testimoni di un passato e di un presente che si rincorrono attraverso la poesia.

Così l’ex sceriffo, enorme, col suo sigaro tra le dita, ritratto dal barbiere che parla del suo impegno a difesa della comuità. La moglie del sindaco circondata da centrini e damine di porcellana, il giudice sulle tavole del suo tribunale, la maestra che ha dedicato tutta la vita ai suoi scolari, ritratta nella sua solitaria casa con le tendine a fiori alle finestre.

Poetiche fotografie di esistenze per lo più consumate nell’inquietudine della vita di provincia, che dicono di sogni “minimalisti” in cui “patria e famiglia” sono i punti di riferimento. Mentre la bandiera a stelle e strisce sventola dalle case, tra le strade vuote battute dal vento, tra le lapidi del piccolo cimitero in collina, dove è sepolto anche il sogno Americano.