Un libro-invito a tornare spettatori (in sala). “La sospensione del cinema” di Matilde Tortora

Di recente uscita in libreria “La sospensione del Cinema. Racconti d’amore e di mancanza” (ed. Mongolfiera, 100 pp, 15 euro) di Matilde Tortora, storica, docente di cinema e collaboratrice di queste pagine web. Un’indagine, quasi uno scavo nel suo e nel nostro amore per il cinema, a partire da questi lunghii mesi senza cinema. Con l’invito a tornare spettatori delle sale …

“Garage Demy” di Agnès Varda

Alla magia del cinema, dei tanti modi di essere spettatore e all’interruzione di esso a causa della pandemia in corso la studiosa e docente universitaria di Storia e critica del cinema Matilde Tortora, che vive a Monaco di Baviera, dedica La sospensione del Cinema. Racconti d’amore e di mancanza (ed. Mongolfiera, 100 pp, 15 euro), redatto in italiano e tedesco. Il titolo accenna alla sospensione d’animo, ovvero a quella dimensione di sogno da svegli che si prova guardando un film.

Ci invita in maniera accorata a fare presto, a rialzarci, a recarci nuovamente in altri luoghi, a immedesimarci in altre storie guardando i film in sala. Insomma a ridiventare spettatori, a riprovare il sapore, il gusto, il profumo del cinema. Storia della fruizione del cinema e dei tanti modi di essere uno spettatore intessono e fanno di questo libro il primo sul tema, struggente e attuale, della mancanza del cinema.

A partire dalla mancanza del cinema, l’autrice ha condotto un’indagine, quasi uno scavo nel suo e nel nostro amore per il cinema, nella propria passione e in quella “di tutti noi fin da quando cominciammo a scoprirlo da bambini”: ricorda di quando lei e i suoi fratelli venivano condotti al cinema, affidati alla maschera, “parte integrante del luogo, allo stesso modo degli stucchi dorati, delle scomode sedie in legno con i sedili ribaltabili che mandavano scricchiolii da abbaino gotico a ogni movimento”.

Solo molti anni dopo venne a sapere che quella “maschera” aveva famiglia, veniva sottopagata, aveva tristi mattine ciondolanti da mezzo-occupato: “molte cose seppi della sua tristezza, in quel piccolo cinema di paese con la torcia serrata in mano”. Andare al cinema significava “un sostare dello sguardo – ricorda – dove di pomeriggio davano due differenti spettacoli per il costo di un solo biglietto”.

E ancora “i film più belli che ho visto sono quelli che non ho mai visto”, ovvero quelli raccontati: attutivano e smussavano la grande malinconia del dover tornare in convitto dopo le vacanze di Natale: Il mondo di Susie Wong lo aveva visto la sua compagna Mariselda, e udirla preannunciare solo il titolo “fu come avere in mano un’intatta fetta di panettone da addentare ancora, apprestarci col cuore in gola nelle notti a venire a travalicare impavide un confine”.

Il primo cinema della sua vita lo aveva scoperto nella casa dei nonni dove “c’erano arazzi alle pareti delle stanze buone, là sugli arazzi si svolgevano scene, tutte lì di fronte a me dispiegate in lungo e in largo”.

Osservando le attrici sfilare sul tappeto rosso della Mostra cinematografica di Venezia del 2020, “mi sono venute in mente le prime dive del cinema”, quelle di un secolo fa, e “mi sono chiesta quale fosse stato il loro red carpet in anni in cui ancora non esistevano i Festival del Cinema”.

Ma allora vi erano più foto delle dive di quante ve ne siano oggi: solo durante la Grande guerra ai soldati al fronte si inviarono milioni di cartoline con su riprodotte le foto delle dive: “ho ritrovato sequenze di film degli anni ’10 del secolo scorso trasposte su carte di vario formato, che i produttori di cioccolato facevano stampare, recanti in basso la pubblicità della loro casa di produzione, dando di ciascun film con protagoniste queste dive la trama indiziaria di un certo numero di immagini, con stampato sul retro anche il racconto di quel che avveniva in ogni scena riprodotta”.