Tra gli orrori del nazi-fascismo senza perdere l’innocenza. Claudio Bisio regista dallo sguardo bambino

In sala dal 12 ottobre (per Medusa) ad 80 anni dal rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, “L’ultima volta che siamo stati bambini” esordio alla regia di Claudio Bisio dall’omonimo romanzo di Fabio Bartolomei (e/o). L’orrore della guerra e del nazi-fascismo visto ad altezza di bimbo, attraverso il viaggio (di formazione) di tre ragazzini alla ricerca dell’amichetto ebreo deportato proprio in quel tragico ottobre ’43. Non un film perfetto, certamente, ma ricco di innocenza e ingenuità come è lo sguardo bambino..

Nelle sale dal 12 ottobre il film di esordio alla regia di Claudio Bisio L’ultima volta che siamo stati bambini (Solea, Bartlebyfilm e Medusa Film), tratto dall’omonimo libro di Fabio Bartolomei (Edizioni e/o 2018) già autore di Giulia 1300 e altri miracoli, ha avuto l’endorsement di Liliana Segre, la quale ne ha apprezzato il valore perché ha saputo rendere “la freschezza e l’innocenza dei bambini con un tratto talmente sensibile da offuscare la tragedia che c’è sullo sfondo”.

In piena seconda guerra mondiale, alla vigilia di quel tragico 16 ottobre 1943 in cui oltre mille ebrei furono trascinati via dal ghetto di Roma per andare a morire nei forni di Auschwitz, quattro bambini giocano alla guerra nei cortili e sui tetti dei quartieri popolari, mentre attorno a loro esplodono bombe vere.

Uno di loro, Italo, è figlio del federale di Roma (quest’ultimo interpretato dallo stesso Bisio che ne accentua gli aspetti macchiettistici). Poi ci sono Cosimo, accudito da uno zio (Antonello Fassari che sembra Mastro Geppetto) che cerca di tenerlo lontano dalla fame e dalla guerra, e Riccardo, ebreo figlio di commercianti del ghetto. A loro si unisce una bambina, Vanda, che esce di nascosto dall’orfanotrofio in cui vive per partecipare ai loro giochi.

Il 16 ottobre Riccardo viene portato via dai tedeschi insieme alla famiglia e i tre amici, fedeli a un patto “di sputo” e non “di sangue” e convinti di poterlo liberare, si incamminano a piedi con il minimo indispensabile alla sopravvivenza lungo l’unico binario che parte dalla stazione Tiburtina.

Appena ne accertano la scomparsa, Vittorio, fratello maggiore di Italo e milite fascista messo a riposo a causa di una ferita, e Agnese, una suora che ha molto a cuore la sorte di Vanda, si mettono sulle loro tracce, sempre lungo i binari del treno. Da qui ha inizio un doppio on the road, se è possibile adattare a questo genere letterario-cinematografico le vicende dei protagonisti.

Per i bambini si tratta di una specie di iniziazione alla vita e agli orrori della guerra. Per la strana coppia di inseguitori di una specie di reciproca conversione, Italo alla verità di quel fascismo in cui ciecamente credeva, Agnese alla fragilità della fede quando è priva delle tentazioni che la vita sa offrire.

Il tutto viene trattato con tocco leggero e una vena poetica che attraversa l’intero il film, mettendo in secondo piano alcuni difetti della regia, specie nella parte iniziale, e della sceneggiatura, specie nella parte finale. Claudio Bisio, che ha maturato comunque una certa esperienza nel cinema, nel teatro e nella gestione degli artisti con Zelig, dà il meglio di sé nell’adesione alla prospettiva e alla psicologia dei bambini, quasi portandosi al loro livello.

L’ingenuità e l’innocenza del film, di cui va dato atto a Bisio e a Liliana Segre, ricordano precedenti come La guerra dei bottoni e Stand by me, senza mai dare l’impressione di partecipare a un’operazione cinica e astuta come avviene in altri film con bambini protagonisti, magari premiati con l’Oscar.

Una certa meccanicità all’inizio, come se Bisio avesse bisogno di oliare il meccanismo, qualche passaggio scontato anche sul piano musicale (Francesco De Gregori che accompagna l’ultima scena prima dei titoli di coda) si fanno perdonare di fronte all’intensità di Marianna Fontana (suor Agnese), ma soprattutto all’irresistibile simpatia e bravura dei bambini protagonisti: Vincenzo Sebastiani, Alessio Di Domenicantonio, Carlotta De Leonardis e Lorenzo Mc Govern Zaini.