Quell’armadillo con poco spirito. Nella Tiburtina Valley

In sala dal 13 settempre (per Fandango), “La profezia dell’armadillo”, il film di Emanuele Scaringi, dal bestseller a fumetti di Zerocalcare, passato in concorso ad Orizzonti. Con un bel cammeo di Adriano Panatta, la pellicola, però, riesce solo in parte a restituire la fragranza del graphic novel e scivola in alcuni momenti, soprattutto nei siparietti tra Zero e la madre, interpretata da una “improbabile” Laura Morante …

 

 

Il bravissimo Giampiero Galeazzi avrebbe urlato dai microfoni della Rai il classico:“gioco, partita, incontro”, decretando l’ennesima vittoria tennistica di Adriano Panatta.

Lo smash vincente, il campione romano, questa volta, lo ha assestato all’armadillo di Zerocalcare. Eh sì! Perché il cameo del grande tennista nel film La profezia dell’armadillo, tratto dal fumetto di Michele Rech, in arte Zerocalcare, è un siparietto di assoluto divertimento e di bravura in un film – diretto da Emanuele Scaringi, prodotto da Fandango e Rai Cinema – che di momenti divertenti ne allinea più di uno. Ma il colpo del mitico Adriano non perdona.

Intervistato da Zero, il protagonista (interpretato da Simone Liberati) nei panni di un precario che si guadagna da vivere contingentando i tempi al check-in dell’aeroporto ma che non riconosce il campione, Panatta si lascia andare in un elogio del tennis d’antan, fatto di scambi eleganti e di ritmi armonici come quelli di una melodia, contrapposto al tennis muscolare e arrabbiato dei giorni nostri. Un po’ cinico e un po’ sornione Panatta ci cattura con una gragnuola di volée sul filo dell’autoironia.

Faremmo torto al regista Emanuele Scaringi e agli attori (citiamo, oltre a Simone Liberati, un bravissimo Pietro Castellitto, nel ruolo di Secco, e Valerio Aprea, celato sotto la corazza-costume del gigantesco armadillo che di Zero è la coscienza felice e infelice).

Faremmo torto, dicevamo, se non nascondessimo la difficoltà di trasferire in un film dal vivo i fumetti di Zerocalcare. Un tutt’uno grafico e testuale, fatto di riflessioni comiche e ironiche, tutt’altro che banali su una generazione (tra i venti e i trenta) tagliata fuori da tutto se non dalla propria e orgogliosa rivendicazione identitaria. Che va dal quartiere romano di appartenenza, Rebibbia, alla difesa della memoria, che non è soltanto quella delle merendine e dei codici etici dei cavalieri Jedi, ma è fatta di una rigorosa militanza politica che comprende tanto Genova 2001, i centri sociali, quanto la causa dei Curdi: come in Kobane Calling, un altro fortunatissimo graphic novel di Zerocalcare.

Il film, dunque, scritto dallo stesso Michele Rech assieme a Oscar Glioti, Valerio Mastandrea e Johnny Palomba, riesce solo in parte a restituire la fragranza del fumetto e scivola in alcuni momenti, soprattutto nei siparietti tra Zero e la madre, interpretata da una “improbabile” Laura Morante.

E la vicenda della morte della giovane Camille, amore adolescenziale di Zero, che dovrebbe costringere i due a fare i conti con la vita, resta un fondale per i vari siparietti comici e grotteschi che dei fumetti di Zercalcare sono il sale ma non tutto il condimento.

Ogni libro dell’autore – edito da Bao Publishing – è un successo di vendite assolutamente insolito nell’editoria italiana, non solo a fumetti. Ad ogni manifestazione, fiera o evento a cui partecipa, Michele Rech mette letteralmente in fila centinaia di persone che attendono ore per farsi fare i disegnetti e autografare le copie. Dal prossimo 13 settembre vedremo le file anche al botteghino dei cinema?

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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