Quel fossato tra padri e figli che si chiama “Adolescence”. La serie britannica da non perdere

“Adolescence” di Jack Torne e Stephen Graham, regia Philip Barantini. È la serie del momento. È britannica (disponibile su Netflix), è composta da quattro episodi che sono quattro film. È straordinaria nel ricomporre quattro prospettive sulla stessa vicenda (l’omicidio di una coetanea da parte di un baby killer) che è la nostra storia, quella che stiamo vivendo, la tragedia del presente. Il divario generazionale, l’incapacità di parlarsi e capirsi, il fossato tra padri e figli ormai troppo profondo e quindi insanabile. Straordinari tutti gli interpreti, cominciando dal padre Stephen Graham, come il ragazzino Owen Cooper. Da non perdere …

Adolescence parte con un magistrale inizio in fieri, alla David Mamet, in cui sta succedendo qualcosa ma non sappiamo cosa perché il senso dell’azione si forma nel suo compiersi, senza didascalismi e parole inutili (nessuno dice: “Andiamo a fare un arresto”).

Il colpo di genio, piuttosto, è la linea di dialogo coi detective in cui il figlio chiede di non andare a scuola, iniziando a comporre uno specchio – a noi ancora ignoto – tra due figli, due ragazzi, uno bianco e uno nero, due giovani in difficoltà che avranno reazioni opposte e agli antipodi.

Due ipotesi di adolescenza. Poi ecco l’arresto di Jamie, i cui dettagli vengono rilasciati gradualmente insieme ad alcune figure sublimi, grette, imbarazzanti, dunque contemporanee: primo tra tutti l’avvocato “eccitato” per il nuovo caso, un adolescente che uccide una compagna, evviva, che esce fuori campo ipnotizzato dal suo portatile a prendere inutili appunti.

Ma Adolescence non è un giallo, o lo è nella misura di Dürrenmatt e Gadda, perché scioglie subito l’enigma (è stato Jamie punto) e va da un’altra parte: quattro episodi che sono quattro film, ossia quattro prospettive sulla stessa vicenda che è la nostra storia, quella che stiamo vivendo, la tragedia del presente.

Il secondo tassello è un attacco radicale al sistema scolastico di cui certifica il fallimento: “It’s a total chaos”, dice un’insegnante, firmando la resa davanti al dominio del bullismo, le risse, l’odio, la distrazione, le classi pollaio, gli schermi che hanno sostituito la realtà.

Il terzo episodio, il confronto con la psicologa, arriva al cuore nero del problema: Jamie, finora affranto e silenzioso, inizia a parlare. E apre le porte all’apocalisse: affiora gradualmente il vero pensiero di questo tredicenne miniatura di incel, già assassino, la bomba esplode in una straordinaria lezione di scrittura, regia, direzione degli attori.

Sarebbe da esaminare tutta, intanto due momenti: il primo scatto d’ira del ragazzo che rifiuta di farsi dare indicazioni (d’altronde è una donna), la chiusura col piccolo assassino che vorrebbe “piacere”, strappando il velo sull’abisso psicologico che genera il mostro.

E l’ultima immagine è per l’esperta che, ormai sola, non può mantenere la maschera professionale non perché ha incontrato un baby killer, ma perché ha scrutato nell’abisso di tutti. Infine “e ora parliamo di Jamie”: la famiglia ripresa in un quotidiano ormai insostenibile, non c’è spazio neanche per un compleanno. Qui la bestia definitiva si materializza nella forma anonima del commesso di un negozio: “brutto”, incel, complottista, prodotto dalle chat Telegram dell’idiozia novax, dei crimini di odio, di quelli che non credono in nulla e nemmeno in una ragazza accoltellata. Vivono tra noi. Il calvario della famiglia incontra il personaggio che fa più paura, prima di andare al confronto ma non alla catarsi, che è impossibile.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Adolescence spacca il capello del divario generazionale, dell’incapacità di parlarsi e capirsi, del fossato tra padri e figli ormai troppo profondo e quindi insanabile. L’uso del piano sequenza allestito dal regista Philip Barantini, già in Boiling Point sempre con Stephen Graham, non è mero esercizio di stile ma una strategia precisa per trascinarci in una visione immersiva, spietata, che non molla la presa fino all’ultimo. Non guardiamo la storia ma ci “aggiriamo” in essa, la percorriamo, e così la questione diventa ancora più intima e personale, ci riguarda.

In questo quadro che pare inconsolabile, però, a ben vedere emergono in filigrana alcune figure positive: il figlio del detective, che sostiene il bullismo e interviene con le armi dell’intelligenza, le due magnifiche donne (mamma e sorella) che sono gli unici possibili fari per vedere la fine del tunnel. C’è speranza. Forse.

Non una parola di troppo, non un fotogramma sprecato, attori e attrici oltre ogni elogio. Un’altra strada per le serie di oggi, nella forma di miniserie, nella sostanza di rifiutare la dittatura del mostrare (quante altre avrebbero inscenato l’omicidio?). Da qualche parte intorno al capolavoro, ma anche da qualche parte in fondo al pozzo, dentro il nostro abisso.

in collaborazione con Nocturno.


Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico


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