“Bianco e Nero” di Pietrangeli 50 anni dopo. La democrazia incompiuta e le ragioni del NO
Rivedere oggi “Bianco e Nero” di Paolo Pietrangeli in occasione di un incontro dedicato al referendum sulla magistratura, che si è svolto all’AAMOD col giudice Nello Rossi, coautore con Armando Spataro del libro “Le ragioni del No”. L’Italia delle stragi neofasciste, dei depistaggi e degli insabbiamenti di ieri parla a quella di oggi, del G8 di Genova dei casi di Giulio Regeni o Abu Omar. Interoggandoci su chi vuole indebolire la magistratura …
C’è un’immagine nel documentario Bianco e nero di Paolo Pietrangeli che resta impressa come un marchio a fuoco. Non è solo una delle tante scene di violenza politica che scorrono nel film, camerati in camicia nera, cariche della polizia, i funerali delle vittime delle stragi.
È il volto di una donna che urla la sua disperazione rivolgendosi direttamente al presidente della Repubblica, Giovanni Leone. “Signor presidente, quanto dovremmo durare in questo modo? In questa bella democrazia? Ce lo dica, per favore, ce lo dica! Non ho ragione? Ho mille ragioni. Cos’è che fate per liberarci da questi delinquenti, cos’è che fate?”
È il grido di chi ha subito la violenza e ha visto lo Stato, o almeno una sua parte, proteggere i neofascisti. È la domanda inascoltata di chi chiede giustizia e riceve in cambio solo il silenzio complice delle istituzioni. Realizzato nel 1975 dalla Unitelefilm, la casa di produzione del PCI, e oggi conservato dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), Bianco e nero è una radiografia spietata di un’Italia che credeva di aver chiuso i conti con il fascismo, ma che in realtà non lo aveva mai fatto del tutto.
Il film di Pietrangeli è un controcanto visivo alla narrazione ufficiale. Nel film si alternano le sfilate di Giorgio Almirante e Julio Valerio Borghese, i volti del MSI e del suo braccio armato, e le immagini delle stragi che hanno insanguinato la Repubblica: Piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia, il treno Italicus. Il montaggio è una lama affilata che disseziona la “strategia della tensione”, mostrando come la Costituzione, nata dalla Resistenza, fosse stata tradita da uno “Deep State”, quello che contava davvero, rimasto immutato nelle sue pratiche autoritarie e nei suoi legami con l’eversione nera.
Per anni, ci racconta il film, i mandanti delle stragi sono rimasti impuniti, protetti da apparati deviati e da una politica che voltava lo sguardo dall’altra parte. I fascisti che picchiavano in piazza godevano di una tacita protezione, mentre gli inquirenti che provavano a scoperchiare il vaso di Pandora, come il commissario Pasquale Iuliano (Juliano) a Padova, che aveva individuato i legami tra neofascisti e stragi, venivano rimossi, trasferiti, messi a tacere. A loro si aggiungono le vittime dimenticate dalla storia ufficiale: i braccianti di Melissa, uccisi per aver occupato terre incolte; gli operai di Modena, falciati dalla polizia durante uno sciopero. Bianco e nero restituisce voce e volto a chi è stato cancellato dalla memoria nazionale.
A distanza di quasi cinquant’anni il film è tornato di un’attualità sconcertante. Durante un dibattito seguito a una recente proiezione in Archivio, il magistrato Nello Rossi, coautore con Armando Spataro del libro Le ragioni del No, ha offerto una chiave di lettura che illumina il presente con la luce cupa del passato. La riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a votare, con il suo cavallo di battaglia del sorteggio dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), non è una trovata dell’attuale esecutivo. La proposta, ha ricordato Rossi, è stata avanzata per la prima volta in Parlamento nel 1971 da Giorgio Almirante.
Perché il leader del MSI voleva il sorteggio? La motivazione era chiara, i giudici avevano “esorbitato la loro funzione”. In quegli anni, infatti, la magistratura aveva cominciato a interpretare la Costituzione in modo evolutivo, a difendere i diritti dei lavoratori con lo Statuto dei Lavoratori, a indagare sui crimini del potere, diventando così un ostacolo per una certa politica. La soluzione, nella logica di chi si sentiva minacciato, era semplice e dirompente: se non possiamo controllare i giudici, rendiamo inoffensivo l’organo che ne garantisce l’indipendenza. Il sorteggio, rendendo il CSM formato in modo casuale e privo di legittimazione professionale, lo avrebbe reso fragile, privo di autorevolezza e, quindi, facile da manipolare o da delegittimare.
Oggi, quella proposta è diventata legge costituzionale. La si presenta come una necessaria “separazione delle carriere”. Ma, come sottolineano Rossi e Spataro, la separazione tecnica tra giudici e pubblici ministeri è già stata realizzata per via ordinaria. Il cuore della riforma è altrove. L’obiettivo reale è rendere la magistratura debole e allineata al potere esecutivo. “Questa riforma è figlia della cultura degli esclusi dal patto costituzionale”. Fratelli d’Italia, che oggi guida il governo, è l’erede diretto di quel MSI che nel film vediamo all’opera. È una forza politica che non ha mai compiuto un serio esame critico su quella storia. E oggi, con questa riforma, tenta di realizzare con le leggi ciò che non è riuscita a ottenere con le bombe e con i progetti di golpe: mettere la giustizia sotto il controllo del potere politico.
Questo filo rosso che lega il 1971 al 2026 è ignoto ai più. Come gli insabbiamenti e i depistaggi non si sono fermati agli anni ’70 e ’80. Quanti processi fondamentali, come quelli per la gestione dei rifiuti o per le morti sul lavoro, hanno visto condanne ridimensionate o prescritte dopo anni e anni di dibattimento?- sottolinea ancora Nello Rossi-. Dai fatti del G8 di Genova del 2001 (la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto, i pestaggi) a casi più recenti come la morte di Federico Aldrovandi, di Stefano Cucchi, o il caso di Giulio Regeni, la richiesta di giustizia delle famiglie si è scontrata con veri e propri muri di gomma. Spesso, la verità processuale è arrivata solo grazie al lavoro ostinato di alcune procure.
Come ha raccontato Armando Spataro in un’intervista realizzata da Vincenzo Vita e Ugo Adilardi per l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, il caso Abu Omar è forse l’esempio più clamoroso di questa deriva. Un imam, rapito a Milano da agenti della CIA con la collaborazione dei servizi segreti italiani, portato in Egitto e torturato.
I giudici italiani fecero il loro dovere: condannarono gli americani e raccolsero prove schiaccianti contro i vertici del Sismi. Ma poi arrivò il muro. Romano Prodi prima, Berlusconi, Monti e Letta dopo, opposero il segreto di Stato, sollevarono conflitti di attribuzione. E la Corte Costituzionale, con due sentenze discusse, finì per sacrificare la giustizia sull’altare della “ragion di Stato”. Gli italiani del Sismi furono prosciolti. Solo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel 2016, ha sancito ciò che era evidente: il segreto di Stato era stato usato per garantire l’impunità. Una condanna senza appello per l’Italia, che ha visto i suoi presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, criticati per aver concesso grazie agli americani.
Che la giustizia sia lenta, che i processi durino troppo, che ci siano magistrati che sbagliano è tutto vero. Eppure rivedendo oggi il film di Paolo Pietrangeli quello che viene da chiedersi, ieri come oggi, è a chi farà comodo una magistratura indebolita e non più indipendente. Perché quel grido di quella donna rivolto al presidente non finisca più inascoltato.
Milena Fiore
Milena Fiore è responsabile dell'area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). E fa parte dell'Assemblea dei garanti. Opera come video editor e digital archive technician. Ha curato il montaggio di numerosi progetti a carattere storico, politico e sociale, oltre che di live performance. Si occupa anche di formazione e laboratori audiovisivi, in particolare con l'associazione CroMA. Attualmente sta lavorando al film "Shooting Revolution" di Monica Maurer.
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