Il Pascoli più politico fra due donne. Giuseppe Piccioni rilegge “Zvanì” tra famiglia e sociale
Al cinema dal 2 ottobre (per Academy Two), “Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli” di Giuseppe Piccioni, presentato alle Giornate degli Autori veneziane e prossimamente su Rai1. Un ritratto “anomalo” del poeta del “X agosto” con il volto (televisivo) di Federico Cesari. Un Pascoli politico, che intende trasformare l’ingiustizia in impegno, aderendo alle teorie di anarchici e socialisti. Ma anche un Pascoli stretto nel triangolo sentimentale con le sorelle Ida e Mariù …

È una bara su un treno, con una croce appena illuminata dal sole della campagna quella del poeta Giovanni Pascoli (1855 – 1912) trasportata da Bologna a Barga, nella campagna lucchese, dove Pascoli aveva deciso di stabilire la sua ultima residenza, affittando una casa grazie alla vendita di alcune delle medaglie d’oro vinte al concorso di poesia latina ad Amsterdam.
La accompagnano studenti, autorità e parenti, tra cui la sorella Maria, detta Mariù. Un’Italia in lutto, un ultimo viaggio in un convoglio i cui passeggeri sono le tante persone che hanno gravitato nella sua vita, dalla giovinezza fino all’età matura.
Ha il tono di una celebrazione ufficiale, un po’ fuori luogo per un poeta che ha vissuto gran parte della propria esistenza in una dimensione appartata, nonostante gli iniziali impeti politici e le velleitarie tentazioni da “vate”. Il viaggio porta alla luce dei ricordi, commossi e dolorosi, innanzitutto per Mariù, fedele compagna di vita, in seguito curatrice delle sue opere e a lungo unica erede e depositaria.
Da tale scenografico omaggio ha inizio il film Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli di Giuseppe Piccioni – già autore di Il grande Blek (1987), Fuori dal mondo e L’ombra del giorno (entrambi 1999) – dedicato al poeta romagnolo e distribuito da Academy Two e presto in onda su Rai1, dopo la presentazione alle Giornate degli Autori veneziane.
Con Federico Cesari (di cui ricordiamo la partecipazione sui set tv, fra gli altri, di I Cesaroni e Don Matteo) cerca di portare sul grande schermo, anche se con un ritmo un po’ lento, un Pascoli vivo, umano, complesso, lontano dall’immagine cristallizzata che incontriamo da decenni nei manuali scolastici, con l’indimenticabile verso “portava due bambole in dono” del sonetto X agosto (1896). Pascoli ricordava il padre assassinato nel 1867 da parte di figuri ignoti eppure notissimi, mentre tornava a casa su un calesse con un regalo per le sue bambine.
Il merito del film consiste nel mettere in luce un Pascoli – figura di spicco del decadentismo – autore noto in particolare per la raccolta Myricae del 1891 reattivo, che intende trasformare l’ingiustizia in impegno, aderendo alle teorie di anarchici e socialisti, fino a venire incarcerato per via della sua vicinanza al “sovversivo” socialista Andrea Costa.
Anche se le sue teorie socialiste evolveranno quasi nel nazionalismo in occasione della guerra di Libia, nel celebre il discorso a favore dell’imperialismo del 1911 “La grande proletaria si è mossa” per sostenere che la Libia è parte dell’Italia irredenta e che l’impresa favorirà le popolazioni sottomesse alla Turchia e si rivelerà positiva per i contadini italiani che potranno disporre di nuove terre.
Il film di Piccioni mira al cuore del triangolo tra Pascoli e le sorelle Ida e Mariù (rispettivamente Liliana Bottone e Benedetta Porcaroli): protezione e desiderio, lutti e politica. Piccioni ripercorre a ritroso l’esistenza, il dolore e i versi di Giovanni Pascoli, ovvero Zvanì, diminutivo in dialetto romagnolo con cui il giovane futuro poeta veniva chiamato in famiglia, “una figura che parla dell’universo e delle umili erbette con la competenza di chi studia la natura: un ecologista ante litteram”.
Indaga nelle pieghe dell’animo umano, fonde e confonde ricordi di famiglia – dalla scomparsa a cinquantacinque anni nel 1912 all’adolescenza segnata dalla povertà in seguito alla scomparsa del padre – studi, affetti e traumi, a solitudine, malattia, alcolismo, l’Emilia Romagna e infine la Toscana e gli indimenticati versi.
Non si intravvede né indulgenza né morbosità nella descrizione del rapporto con le sorelle: “se siamo tolleranti verso gli amori diversi, dobbiamo esserlo anche qui”, chiarisce il regista, lasciando al pubblico il dilemma irrisolto più fertile: l’amore come forza che salva e ferisce. Le sequenze di vita e arte scorrono come fotografie di tempi andati e sospesi.
Ne risulta un Pascoli malinconico, triste e capace di balzi di umorismo e slanci di umanità. Insomma “anomalo”, non integrato a nessun “sistema”, a differenza del “maestro” Giosuè Carducci (interpretato da Davide Lorino) al quale succedette alla cattedra di letteratura italiana all’università di Bologna e dell’estimatore Gabriele D’Annunzio (Fausto Paravidino) al quale confessa nel corso di una festa “non ho l’abito giusto e le scarpe fanno male” poiché “io sono un contadino più che un letterato”.
21 Novembre 2018
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