Nella mente della Palestina. Tra oppressione e resistenza, il doc che colpisce al cuore

Prossimamente in sala con la piattaforma Movieday , “Dietro i fronti, resistenza e resilienza in Palestina” potente documentario di Alexandra Dols che è anche un libro della psichiatra e scrittrice Samah Jabr (Sensibili alle foglie) che ci accompagna in questo viaggio attraverso la “mente” dei palestinesi. Gli effetti dell’occupazione militare, di quei centinaia di divieti quotidiani che producono rassegnazione in molti. Ma anche il “sumud”, quel respiro vitale fatto di teatro improvvisato, di corsi di musica, di incontri che dicono non solo di comunità lacerata e sofferente, ma di un paese fatto di individui. Decine, centinaia di migliaia di individui …

Quei movimenti del corpo. Che non possono essere uguali fra oppressi ed oppressori. Che non nascono dagli stessi bisogni. C’è la donna palestinese che di spalle racconta la sua tragedia. Di quando ha avuto la notizia della morte del figlio, poco più che un ragazzo, ed ha cominciato a ballare in strada. Su e giù. “Come un pollo quando continua a correre dopo che gli hanno tagliato la testa”.

E c’è l’uomo che cammina sbandando per Ramallah, dopo anni nelle prigioni israeliane, che ogni due passi volta la testa a controllare dietro di sè: è sicuro che qualcuno o qualcosa lo stia per raggiungere ed aggredire.

E ci sono altri “movimenti” del corpo: il ballo, il ballo in cerchio delle truppe israeliane, filmate di nascosto, a Gerusalemme. Che festeggiano non si sa cosa, col loro passo di danza cadenzato, ordinato. Militare. Ballo che tutto esprime meno che allegria. Che in qualche modo mette soggezione a chi le osserva.

Soggezione. Forse addirittura “subordinazione introiettata”. Ecco, indaga soprattutto su questo lo splendido documentario – documentario militante – Dietro i fronti, resistenza e resilienza in Palestina, di Alexandra Dols.

La sua originalità è soprattutto nell’angolo di visuale: non è solo il racconto delle strade della Palestina, un carcere a cielo aperto, come sa chiunque voglia vedere. È il racconto di come l’occupazione militare, i centomila divieti che segnano la vita quotidiana dei palestinesi “lavori anche nella loro mente”.

E da Virgilio in questo viaggio di due ore, lo fa una delle figure più autorevoli dell’intellettualità palestinese: la psichiatra e scrittrice Samah Jabr. Una biografia che è quasi impossibile da sintetizzare: direttrice del Centro medico psichiatrico di Ramallah, oggi dirige l’unità di servizi di salute mentale in Palestina, professoressa associata alla George Washington University, eccetera, eccetera.

Gran parte del suo tempo, però, lo dedica alle ONG locali e internazionali per lo sviluppo e l’attuazione di programmi di salute mentale.

Ed è il suo commento che accompagna un montaggio di immagini dove non esiste solo un popolo – come qualche volta capita di vedere nei rari filmati sulle terre palestinesi -, non esiste solo una comunità lacerata e sofferente; ma esistono individui. Decine, centinaia di migliaia di individui. “Con identità multiple”, per dirla con la regista.

E ci sono gli uomini davanti ad uno dei check point in fila da ore, in attesa di poter entrare in territorio israeliano per poter lavorare. Sanno che l’attesa potrebbe durare anche otto/dieci ore e sanno che potrebbe essere inutile: il loro ingresso, il loro salario giornaliero, è a discrezione dei soldati israeliani. E si scopre così – appunto – che in qualche modo l’oppressione, da molti, è stata introiettata. “È così, non c’è altro da fare”, “non ci resta che aspettare”.

Ma l’oppressione mentale non produce solo rassegnazione. O devianza. Ci sono le tante testimonianza di quello che chiamano il “sumud”. Il respiro vitale palestinese: fatto di teatro improvvisato, di corsi di musica, di incontri sui diritti delle persone omosessuali. Fatto di giochi inventati, di semplici incontri fra famiglie, fatto di indagini per accertare e denunciare le torture nelle carceri israeliane. Fatto di sedute per provare a curare chi nella testa, nel cervello porta i segni delle tragedie di questi anni.

Con una scena simbolica che per altro appare quasi all’inizio del lungo documentario: Samah Jabr è in una stanza a colloquio con una donna di spalle. È quella che ha perso il figlio, che ballava “come un pollo”. La dottoressa fa le prime domande, delicate anche nella formulazione, per provare a saperne di più, di quel ballo. Ma arrivano le undici. Il centro deve chiudere.

L’autorità palestinese non ha i soldi per pagare i dipendenti, per garantire la sicurezza, le pulizie. Alle undici si chiude, ogni giorno. Non ci sono i soldi, anche – perché non dirlo? e il documentario a questo non accenna – per errori, per sprechi, per clientele di chi governa l’enclave palestinese. Ma non ci sono i soldi anche e soprattutto perché la comunità internazionale ha drasticamente ridotto gli aiuti. E la resistenza “mentale” palestinese non può più contare su nulla.