Addio Fernando Birri, poeta dalle ali enormi che ha portato l’utopia nel cinema argentino

È scomparso il 27 dicembre Fernando Birri, grande regista argentino che, col suo cinema sospeso tra poesia e realismo, ha portato l’utopia nel cinema latino-americano. Aveva 92 anni. La camera ardente venerdì 29 dicembre, dalle 10 alle 16, presso l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico a Roma, via Ostiense 106…

Si è spento il 27 dicembre a Roma e alla veneranda età di 92 anni il vecchio signore con le ali enormi, il patriarca del cinema  latinoamericano, Fernando Birri.

Nato in Argentina (Santa Fe, 13 marzo 1925) ma cittadino del mondo già da quando 24enne entrò al Centro Sperimentale di Cinematografia romano, presto seguito da altri grandi della letteratura sudamericana come l’argentino Manuel Puig e il colombiano Gabriel García Márquez, Birri andava e tornava sempre a Roma, dove la morte non lo ha sorpreso, visto che era malato da tempo.

Al contrario dell’angelo rinchiuso in un pollaio che impersonava nel suo ultimo film di finzione (Un señor muy viejo con unas alas enormes), girato giusto trent’anni fa, e ispirato da un racconto del suo vecchio amico García Márquez, Birri non si rassegnava alla vecchiaia e, anzi, sembrava sconfiggerla col suo buon umore e la sua infinita fede nell’umanità.

Birri, benché riconosciuto da tutti come il padre del cinema latinoamericano, era veramente un padre putativo, uno che apriva le strade ai più giovani, creando per loro scuole di cinema, sia nel proprio paese d’origine (l’Università del Litoral), condividendo con loro l’autoironia del documentario Tire dié, con cui nel 1960 si era fatto conoscere nel mondo intero, sia a Cuba con la mitica scuola di San Antonio de los Baños.

Eppure, guardando all’intera produzione cinematografica sudamericana, né il nuovo cinema argentino, che s’ispirava più alla nouvelle vague e al cinema dell’incomunicabilità, mutuato da Antonioni, né il cinema novo brasiliano (tranne Glauber Rocha) e né tanto meno il cinema aliendista cileno, hanno voluto davvero “imparare” da questo giovane nato vecchio che ripensava il neorrealismo nel tardo 1962 con Los inundados, premiato a Venezia.

Tutt’al più hanno seguito i suoi passi, quella schiera di documentaristi ispirati dalle gesta castriste e dall’impresa guevariana, rappresentanti di quel “cinema della liberazione” con in testa il boliviano Jorge Sanjinés e specialmente l’argentino
Fernando Ezequiel Solanas che, nel 1968, con L’ora dei forni, preparava la stagione della rivolta armata, repressa da un’altra scuola, quella militare di Panama, dove Henry Kissinger architettava già la soluzione finale dell’ utopia castrista.

Utopista e umanista, Fernando Birri lo era fino al midollo, e niente lo ha mai dissuaso della sua convinzione che l’essere umano è nato libero e uguale. Ed è per questa convinzione che Birri può essere considerato un grande maestro e la sua morte una grande perdita per tutti quelli che “contra viento y marea” si ostinano a credere nelle ancore mitiche “magnifiche sorti e progressive”.

 

A dare la notizia della sua scomparsa è l’Archivio audovisivo del movimento operaio e democratico, di cui Fernando Birri è stato garante, amico e maestro insieme a Carmen Papio Birri, moglie del regista.

 

Ernesto Pérez

Critico cinematografico

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