“Menocchio”, il mugnaio che sfidò l’Inquisizione. E Locarno applaude

Passato a Locarno il primo (e unico) italiano del concorso, “Menocchio” di Alberto Fasulo (già autore di “Tir”),  Un episodio storico accaduto nel Friuli del XVI secolo, quando il mugnaio Domenico Scandella sfidò la chiesa a costo della vita per difendere la sua verità . Una storia che parla anche del nostro presente …

 

Il primo (e unico) film italiano in concorso al festival di Locarno è Menocchio, storia del mugnaio Domenico Scandella, che nel XVI secolo pur di difendere la sua verità sfidò la chiesa a costo della vita.

In Friuli Menocchio, diminutivo di Domenico, è un personaggio conosciuto, anche i bambini delle elementari sanno che è il simbolo di un territorio aspro e di una popolazione orgogliosa e testarda.

Alberto Fasulo, regista poco più che quarantenne (“ma ho già fatto quattro film, il tempo comincia a pesare” ) ha scelto di portare sullo schermo un episodio storico reso noto da Carlo Ginzburg in Il formaggio e i vermi, basandosi sui verbali dei processi, e altre ricerche non per parlare dell’Inquisizione ma dei nostri giorni e per continuare la ricerca sulla sua terra.

Il film è interpretato in gran parte da attori non professionisti, che recitano in Friulano e deve un po’ della sua forza proprio all’autenticità e all’espressività dei volti scelti. A partire da Marcello Martini, che interpreta il personaggio principale; nella vita reale ha lavorato molti anni all’Enel come operaio e sindacalista e quando parla sembra di sentire il suo personaggio trasposto ai giorni nostri. Lo hanno scovato, come il resto del cast, passando al setaccio 3 mila volti nelle valli dove viveva Menocchio.

L’eresia del mugnaio, un contadino autodidatta, è credere che Dio sia nella terra, nell’aria, nel vento e in ogni cosa, anche in noi; perciò non si confessa in chiesa più di quanto non faccia nei boschi, non riconosce il potere ecclesiastico, arriva a credere di poter convincere delle sue idee le autorità dell’Inquisizione.

Non piegato dalla tortura e dal carcere, Menocchio cederà invece alle suppliche della famiglia e della comunità che lo convincono ad abiurare per avere salva la vita e riprendere il suo posto. La lettura della sua rinuncia è l’ultima scena del film, non della storia: Menocchio sarà condannato al carcere a vita, graziato qualche anno più tardi, tornerà a vivere nella sua comunità per 15 anni, fino a quando il Papa in persona chiederà di processarlo e questa volta finirà arso vivo.

Un film in costume che ha un sapore arcaico, come il mondo dell’ infanzia: è questo il tema ricorrente del regista Alberto Fasulo,“provare a essere sinceri almeno con noi stessi”. Una scelta sottolineata dai tanti primi piani del film, compresa la scena finale “perché è importante guardarsi, mettersi uno di fronte all’altro”. Nato da una cooproduzione italo-rumena (Nefertiti Film con RaiCinema e la Hai Hui Enterteinment) a Locarno è stato accolto da molti applausi.

Carla Chelo

Giornalista. Ha lavorato sia all'Unità che al settimanale Diario che in tv (Mediaset). Ha scritto un paio di libri insieme a un'amica dal nome impronunciabile, Alice Werblowsky.

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