La commedia si addice a Leconte. Ritorno alle origini col dentista abbronzato

Ucito nelle sale italiane nel 2015, “Tutti pazzi a casa” è uno dei titoli riprosti a Cagliari dalla rassegna, Patrice Leconte. Bagliori di cinema, vita e solitudini”. È l’ultimo film del regista francese tratto dalla popolare pièce di Florian Zeller, “Une heure de tranquillité“, in cui il suo attore e complice di sempre, Christian Clavier è nei panni di un dentista misantropo ed egoista in cerca di un’ora di tranquillità, appunto, per ascoltare il suo disco del cuore …

Sceglie una pièce di successo Patrice Leconte per il suo ritorno alla commedia, genere che l’ha reso una celebrità ai suoi esordi nei ’70, col gruppo di café-theatre, Les Splendids (Christian Clavier, Michel Blanc, Gérard Jugnot, Thierry Lhermitte, Josiane Balasko), campioni al box office francese con Les bronzés, acuta satira sociale sui vacanzieri dei Club Méditerranée.

Parliamo, infatti, di Une heure de tranquillité del noto drammaturgo e scrittore francese Florian Zeller, molto rappresentato nei teatri d’oltralpe (memorabile Fabrice Luchini nei panni di Michel) ma anche fuori dai confini nazionali, soprattutto l’acclamatissimo, Le père, sul dramma dell’Alzheimer, messo in scena anche da noi da Piero Maccarinelli con Alessandro Haber e diventato film (Florida) con Jean Rochefort – tra gli attori feticcio di Leconte – per la regia di Philippe Le Guay.

Degli “splendidi” vecchi complici di un tempo il regista francese sceglie Christian Clavier per la parte del mattatore: un egoista, egocentrico, bugiardo e anche un po’ di destra – e persino un po’ abbronzato – dentista parigino che vuole un’ora di tranquillità, appunto, per ascoltare il disco del cuore appena comprato su una bancarella.

Michel, è un misantropo – Molière docet – che incarna a pieno titolo la maschera del piccolo borghese, chiuso nel suo mondo un po’ spregevole, quasi come un Alberto Sordi d’Oltralpe. Un uomo incapace di condividere alcunché col prossimo. Tanto meno col figlio “movimentista” e un po’ “bamboccione” che riempie casa di sans papiers. La moglie (Carole Bouquet), borghese, annoiata e tradita (con la sua miglior amica), ma a sua volta traditrice che riserverà il colpo di scena finale (il figlio non è di Michel ma del suo miglior amico) o, ancor peggio col dirimpettaio chiacchierone e impiccione che vorrebbe coinvolgerlo nella festa del buon vicinato (usanza tutta parigina che Veltroni sindaco provò ad importare con scarsi risultati anche a Roma).

Un po’ vaudeville, un po’ teatro boulevardier, Patrice Leconte costruisce una commedia dai ritmi serrati che, diversamente dalla pièce di Florian Zeller, allargando il décor all’intero palazzo, offre spunti di attualità e costume come i rifugiati (sono quelli in Francia anni feroci di espulsioni e chiusura delle frontiere), la politicamente corretta festa del buon vicinato, per arrivare a burlarsi della sindrome “dell’idraulico polacco”, spauracchio – politicamente scorretto – sbandierato dagli euroscettici ai tempi della direttiva Bolkestein, 2005, che liberalizzava la prestazione dei servizi all’interno dell’Unione Europea.

Ma la vera differenza dal testo teatrale è il finale, che Leconte immagina come possibilità di redenzione per il suo personaggio. Michel, infatti, il suo prezioso disco finirà per ascoltarlo proprio insieme a colui che la passione per il jazz gli ha trasmesso: il vecchio padre chiuso in casa di riposo col quale condividerà, finalmente, quell”ora di tranquillità”.