Quello che non resta. Attraverso la dissolvenza totale di un “padre” da Oscar

In sala dal 20 maggio in lingua originale (per Bim) e dal 27 maggio in versione italiana “The Father – Nulla è come sembra” debutto al cinema del drammaturgo francese Florian Zeller che adatta la sua fortunatissima pièce già diventata film (“Florida”) nel 2015. Ancora una volta il drammatico tema della demenza senile, l’Alzheimer, ma questa volta è fatto vivere direttamente allo spettatore trascinandolo nei grovigli percettivi dei quali è fatta la quotidianità del protagonista: un Anthony Hopkins giustamente premiato con l’Oscar che condivide le sue giornate con la figlia, una meravigliosa Olivia Colman ingiustamente non premiata con l’Oscar …

Più volte il cinema ci ha raccontato storie che hanno come oggetto il lento ed inesorabile scivolare verso la perdita di controllo della mente. Non della pazzia, tema per altro ampiamente trattato, ma di quella cosa subdola e feroce che coglie come una dissolvenza fino al nero totale. La demenza senile, l’Alzheimer e tutte le altre forme di distacco dalla realtà che, seppur possibili in forma precoce, appaiono più spesso di pari passo con l’avanzare dell’età.

Doloroso e straziante per chi subisce in prima persona ma anche per chi si trova ad assistere agli spostamenti progressivi, sempre più veloci e irrevocabili, di persone amate verso la percezione distorta di sé e della realtà circostante.

Dai primi quasi impercettibili segnali, liquidati come buffe bizzarrie, alla perdita di contatto con le cose e le persone è tutto uno sfacelo. Di giorno in giorno un declino protratto e devastante a velocità variabile i cui effetti non portano a perdere solo i ricordi recenti ma, per fasi successive, si cancella tutta la memoria, come accade agli affetti dal Morbo di Alzheimer, nei quali si mescolano fatti (reali o meno che siano), luoghi e persone e il senso delle parole.

The Father – Nulla è come sembra (2020), lo straziante film diretto da Florian Zeller e interpretato da un meraviglioso Anthony Hopkins, parla ancora una volta di tutto questo. Anzi, diversamente o meglio di quanto fatto dai precedenti, non ne parla ma lo fa vivere allo spettatore trascinandolo nei grovigli percettivi dei quali è fatta la quotidianità di Anthony, in ciò che vede o crede di vedere. Nelle relazioni con chi gli sta attorno e se ne prende amorevolmente cura. Un processo di immedesimazione grazie ad uno svolgimento in soggettiva che tocca nel profondo.

Florian Zeller, il commediografo francese autore dell’opera teatrale Le père (2012) è alla prima esperienza in qualità di regista cinematografico. Una partenza col botto vista la quantità di premi che ha incassato, non esclusi un Oscar per la sceneggiatura non originale e quello (meritatissimo è dire poco) per il miglior attore protagonista ad Anthony Hopkins. Nota personale a margine: quanto sarebbe più giusto il destino se l’Academy avesse attribuito il riconoscimento e non solo la nomination anche alla dolorosa e splendida interpretazione di Olivia Colman nei panni della figlia di Anthony?

Sì, il pregio di questa opera risiede anche nel non risparmiare alcun dettaglio facendo provare la sofferenza di un padre che si rende conto, negli sporadici attimi di una sembianza di lucidità, del baratro nel quale sta sprofondando, ma anche il dolore, la frustrazione e l’impotenza di quel mondo di affetti che lo circonda, che trascina con sé. È palpabile il terribile senso di colpa di una figlia stremata nel tentativo perdente di coniugare la propria vita e il peso dell’assistenza ad Anthony, il gravoso quotidiano e le scelte difficili che la situazione comporta.

Il cinema ha trattato più volte l’argomento con opere di grande efficacia. Basti ricordare Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Lontano da lei (2008) di Sara Polley, Iris, un amore vero (2011) di Richard Eyre, Una separazione (2012) di Asghar Farhadi e Una sconfinata giovinezza (2012) di Pupi Avati, The Iron Lady (2011) di Phyllida Lloyd o Still Alice (2014) di Richard Glatzer e Wash Westmoreland. Ma anche Arrugas – Rughe (2011) di Ignacio Ferreras, il lungometraggio d’animazione tratto dall’acclamata omonima graphic novel di Paco Roca. E su tutti Amour (2012) di Michael Haneke.

Proprio dalla pièce di Zeller, nel 2015, Philippe Le Guay aveva tratto un adattamento cinematografico intitolato Florida, una commedia con Jean Rochefort e Sandrine Kiberlain dal taglio dolceamaro.

A fronte della precedente fin troppo garbata e libera interpretazione da cinéma de papa, sorge spontaneo il sospetto che Zeller sia stato spinto dalla volontà di dare una propria interpretazione autentica più fedele a quel lavoro che il Times, in occasione del debutto inglese, definì “il dramma teatrale del decennio” dove un rigoroso e razionale ingegnere arriva a percepirsi, in una fantasiosa revisione autobiografica, come ex ballerino di tip tap. Un dramma, appunto.