Franco Montini, direttore dello Spiraglio FilmFest. “La salute mentale non riguarda gli altri ma ciascuno di noi. E il cinema può fare tanto”
Mercoledì 15 aprile prende il via al MAXXI di Roma la 16° edizione de Lo Spiraglio Filmfestival , storica rassegna (organizzata dal Dipartimento Salute Mentale della ASL Roma 1 e Roma Capitale) dedicata al tema della salute mentale, affrontato attraverso il cinema. Il direttore artistico, Franco Montini, giornalista e critico cinematografico racconta come “quel senso di vergogna che un tempo viveva chi soffriva di disturbi psichici, finalmente sia superato”. Ma tanto c’è ancora da fare …

Alla sua sedicesima edizione, dal 15 al 18 aprile 2026, negli spazi del MAXXI a Roma torna Lo Spiraglio Filmfestival della Salute Mentale. Un appuntamento che, nel tempo, ha smesso di essere una semplice rassegna tematica per diventare un osservatorio privilegiato su come il cinema racconta — e contribuisce a trasformare — l’immaginario legato al disagio psichico.
Con la direzione artistica di Franco Montini (e quella scientifica di Federico Russo), il festival si inserisce oggi in un contesto in cui la salute mentale è sempre più al centro del dibattito pubblico, ma ancora attraversata da contraddizioni e ritardi, soprattutto sul piano sociale e sanitario. In questo spazio, il cinema assume un ruolo preciso: non tanto spiegare, quanto rendere visibile.
In questi 16 anni è cambiata la percezione del disturbo mentale da parte del pubblico?
«Direi di sì, in buona parte è cambiata. Un tempo c’era quasi un senso di vergogna nel manifestare il disagio psicologico. Se hai mal di denti vai dal dentista, senza problemi. Per la salute mentale invece esisteva uno stigma molto forte. In questi anni questa paura si è molto attenuata. Non siamo gli unici responsabili, ma anche il cinema — compresi i film presentati dal festival — ha contribuito a superarla. Oggi si tende a comprendere che la salute mentale non riguarda “gli altri”, ma ciascuno di noi».
Quanto è urgente oggi il tema della salute mentale rispetto a quando è nato il festival, sedici anni fa?
«Le situazioni drammatiche che stiamo vivendo in questi anni, la crescita di inquietudini, paure, timori e so-
prattutto l’aumento delle esplosioni di violenza, dimostrano l’utgenza di affrontare certe tematiche. Il mondo contemporaneo è fragile, instabile, e questo non aiuta ad essere sereni. Si fa ancora troppo poco, anche a livello di sistema sanitario: è un settore che meriterebbe maggiore attenzione».
Che ruolo ha il cinema in questo processo di sensibilizzazione?
«Per anni la malattia mentale è stata raccontata attraverso stereotipi. Poi esattamente 50 anni fa arrivò al cinema Milos Forman che portò al pubblico un punto di osservazione inedito con Qualcuno volò sul nido del cuculo. I pazienti non erano più semplici “schizzati da manicomio”, ma persone, con una loro dimensione, un loro linguaggio, una loro voce, una loro simpatia, elemento del tutto nuovo mai concepito dal pubblico. Oggi vediamo personaggi più complessi, che possono essere infatti anche ironici, vitali, contraddittori. Questo ha contribuito a cambiare la percezione collettiva».
Quali sono le caratteristiche principali della selezione di quest’anno?
«Il nostro comitato è formato da circa trenta persone, tra professionisti del cinema, operatori e utenti dei servizi di salute mentale. Visioniamo tutti i film e scegliamo quelli che vanno in concorso. Quest’anno abbiamo selezionato opere molto diverse tra loro: film drammatici, noir, commedie, animazione, documentari e fiction. È un panorama molto vario».
Nel passaggio tra letteratura e audiovisivo, infine, tema che ci sta a cuore, si apre un’altra riflessione sulla rappresentazione del disagio. Che impressione le ha lasciato la serie Netflix Tutto chiede salvezza, di Francesco Buni dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli (Mondadori) ?
«Quando si realizzano film tratti da opere letterarie, non bisogna limitarsi a una mera illustrazione del libro. Altrimenti il risultato rischia di essere piatto: bisogna trovare una forma autonoma».
Dopo sedici anni, Lo Spiraglio continua a interrogare il cinema non solo come linguaggio, ma come esperienza condivisa, capace di toccare zone spesso rimosse. Non cerca risposte rassicuranti, dunque, ma immagini che restano, che incrinano, che chiedono allo spettatore di esporsi.
Tra i titoli in programma emergono Fratelli di culla di Alessandro Piva, sul conflitto tra diritto all’identità e anonimato materno, Anime violate di Matteo Balsamo, sulle derive delle truffe sentimentali e The Madmen Coach di Carlo Liberatore, che intreccia salute mentale e riscatto sociale nel contesto africano. Sul fronte dei cortometraggi ci sono I’m Not a Robot di Victoria Warmerdam, Oscar 2025, La clessidra umana di Elia Bei e In Gaza Pietas di Diego Monfredini, che restituiscono prospettive diverse e spesso radicali sul tema del trauma e della memoria.
Ma Il festival non si limita solo alla programmazione cinematografica. Accanto ai film, propone incontri e momenti di approfondimento che ampliano il discorso ad altri ambiti, dalla televisione allo sport. In questa edizione, il Premio Lo Spiraglio sarà assegnato a Rocco Papaleo, mentre tra gli eventi speciali figurano un confronto sulla fiction Le libere donne con Michele Soavi e un incontro sul rapporto tra disciplina sportiva e dimensione psicologica a partire dal lavoro di Andrea Di Stefano.
Ivan Selva
Ivàn (si legge Ivàn) Selva è fotografo e docente di audiovisivo. Si occupa di linguaggi dell’immagine e scrive di cinema, con particolare attenzione al rapporto tra realtà e rappresentazione.
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