Franco racconta Franco
“Gli uomini di questa città io non li conosco”, passato fuori concorso a Venezia, è l’omaggio di Maresco al suo amico e maestro: Scaldati, il Beckett italiano, anzi palermitano che col suo teatro ha fatto la rivoluzione…
Bastano poche sequenze per capire che non è semplicemente un film, ma un atto d’amore. Per un amico, sicuramente, ma soprattutto per un maestro. Cosa sarebbe stato il cinema di Franco Maresco senza il teatro di Franco Scaldati? La Palermo dei vinti, degli sconfitti che fin dai tempi di Cinico tv ha fatto irruzione – e scandalo – sul piccolo e grande schermo, facendosi gesto radicale di una nuova idea di cinema, ormai riferimento per molti autori, da lì viene.
Dalle tavole del teatro di Scaldati che Maresco ci racconta in questo suo omaggio, Gli uomini di questa città io non li conosco, passato fuori concorso a Venezia, in cui la vita e le opere del Beckett palermitano s’intrecciano alla storia del nostro Paese e della loro città, a dire di quello stretto legame tra arte ed etica, centrali da sempre nella poetica di allievo e maestro (anche attore nei film di Ciprì&Maresco).
Nato nel ’43 sotto le bombe degli alleati, Franco Scaldati ragazzo viene presto mandato a bottega da un sarto. E il “sarto”, resterà, il suo soprannome per sempre, anche quando il teatro diventerà la sua ragione di vita nella Palermo dei Sessanta, quella del Gattopardo di Visconti, del Gruppo ’63, dell’Ora con Sciacia e Carlo Levi.
Fin dal suo esordio, L’attore con la o chiusa, l’opera di Scaldati è un pugno in faccia al teatro borghese. Col palermitano del “sottosuolo” che diventa lingua, altra e alta, della sua poesia, della sua ribellione contro il potere.
I suoi personaggi sono emarginati, sconfitti, vagabondi perennemente affamati (nel suo capolavoro, Il pozzo dei pazzi, si disputano una gallina) che ritrovano voce e dignità sulle tavole del suo teatro. “Uno straordinario esempio di resistenza morale e culturale di fronte alla barbarie che avanza senza tregua”, dice Maresco, voce fuori campo- personaggio di tanto suo cinema.
La speculazione edilizia che cancella sotto il cemento intere zone della città, la guerra di mafia che lascia quotidianamente cadaveri per le strade, la politica con le sue alleanze con la criminalità. Fino al punto di non ritorno: la strage di Capaci, l’ascesa di Berlusconi e il controllo sulla Sicilia, serbatoio di voti per Frza Italia, attraverso dell’Utri. Come Maresco ci h già raccontato nel precedente, folgorante, Belluscone.
Anni durissimi, insomma, che vedono Franco Scaldati lasciare il teatro Biondo, dove aveva “ripiegato” perché “teneva famiglia”, e rifugiarsi, ormai sempre più isolato, nel teatro dei Quartieri messo in piedi con un prete di strada per aiutare tossici ed emarginati.
“Vorrei essere la coscienza critica del teatro italiano. Vorrei essere la spina nel fianco, ma so che gli altri se ne fregano e non mi considerano tale. […] Un teatro che sia portatore di poesia, poesia violenta, che chiede implicitamente un cammino più solidale fra gli uomini, senza guardarsi allo specchio, senza appagarsi di se stesso, così come sembra essere tutto il teatro italiano di oggi”, diceva e faceva.
Franco Scaldati se n’è andato nel 2013, logorato da un cancro fulminante. In difficoltà economiche e in solitudine. Ai suoi funerali sono accorsi politici, notabili e pure il sindaco Orlando. Chissà se Franco ne è stato contento. Peccato il finale con le interviste al pubblico teatrale imbalsamato che già oggi non sa nemmeno chi sia Franco Scaldati. Un “effetto” troppo facile che stona con la poesia e la passione del film e del teatro del Sarto.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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