Salman Rushdie dopo l’attentato è doc. Troppa vita privata in quella convalescenza dal “coltello” integralista

Presentato lo scorso gennaio al Sundance e in seguito ad altri festival statunitensi ed europei, arriva ora alla Festa di Roma 2026, “Knife: the attempted Murder of Salman Rushdie”, il film documentario del regista premio Oscar, Alex Gibney. Alla base l’omonimo racconto dello stesso scrittore (“Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio”, Mondadori 2024) accoltellato nel 2022 da un fanatico islamico. Una ricostruzione storica dei fatti, repertorio, testimonianze, manifestazioni, ma troppa insistenza su una visione privata, intima, quasi impudica, di una convalescenza fisica e spirituale che rischia di indebolire il valore universale del film …

Presentato in anteprima alla festa del Cinema di Roma il docufilm di Alex Gibney Knife: the attempted Murder of Salman Rushdie ripercorre dati, causa e pretesto del tentato assassinio dello scrittore colpito da fatwa per avere scritto il libro Versetti Satanici. Lo fa ispirandosi a sua volta, anche nel titolo, al racconto autobiografico che lo stesso Rushdie ha dedicato alla vicenda e al suo difficile percorso di riabilitazione: Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio, tradotto in italiano da Gianni Pannofino, per Mondadori (2024).

Il film inizia con una ricostruzione dell’episodio del 12 agosto 2022, quando lo scrittore venne accoltellato da Hadi Matar durante una conferenza a Chautauqua nello stato di New York riportando gravissime ferite e la perdita dell’occhio destro. Ma poi si perde nella descrizione quasi giornaliera della degenza dello scrittore in ospedale, arricchita di particolari agghiaccianti ma anche inutili ai fini del messaggio che vuole trasmettere, cioè la rappresentazione di un episodio di violenza e fanatismo per farne un monito universale a difesa della libertà di pensiero.

Al netto della ricostruzione storica degli antefatti – il libro che comportò la condanna a morte di Rushdie da parte dell’ayatollah Khomeini, le manifestazioni di integralisti musulmani con roghi per strada e distruzione di librerie ma anche manifestazioni in Europa e negli Stati Uniti in difesa dello scrittore, il tutto arricchito da filmati d’epoca, testimonianze, letture e anche disegni animati che danno vita ai pensieri dello scrittore costretto a un lunghissimo isolamento per ragioni di sicurezza – il film diventa un lungo e persino irritante bollettino medico privo di pudore e senso della misura, con riprese in video nella camera dell’ospedale effettuate dalla moglie di Rushdie, Rachel Eliza.

Sì certo, elaborare il trauma e riappropriarsi della vita non dev’essere stato facile. Ma insistere su una visione privata, intima, quasi impudica, di una convalescenza fisica e spirituale rischia di indebolire il valore universale di una vicenda che ha messo in luce gli effetti del fanatismo religioso creando un solco quasi incolmabile – anche alla luce di ciò che avviene oggi – tra il mondo musulmano e l’occidente.


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore

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