Tretatrè anni senza “Zustìssia”. In sala il film sul caso Zuncheddu, il più tragico degli errori giudiziari

In sala dal 15 ottobre (per PiperFilm) “Zustìssia“, il film di Francesco Piras che ricostruisce il tragico errore giudiziario che ha costretto in carcere per 33 anni, da innocente, Beniamino Zuncheddu. Ispirato all’omonima biografia dello stesso protagonista, il è pensato per provare ad allargare il dibattito sulla giustizia e i suoi torti, senza cadere nella retorica tipica della politica. E per supportare la proposta di legge a tutela dei carcerati innocenti…

Quando anche chi ha ragione ha paura di trovarsi seduto dalla parte del torto, capisci che le cose sono andate tremendamente a scatafascio. Il sintomo di quanto, in Italia, il dibattito sulla giustizia sia stato inquinato da decenni di politica spregiudicata lo si trova in una brevissima scena di Zustìssia, il film che Francesco Piras, autore della fotografia passato ora per la prima volta alla regia, ha dedicato al tristemente noto caso di Beniamino Zuncheddu, in sala a partire dal 15 ottobre. Oltre al caso di cronaca, l’ispirazione nasce anche dal memoire di Zuncheddu, Io sono innocente, pubblicato da DeAgostini.

La scena è solo un piccolo dialogo verso il finale, probabilmente inserito per contestualizzare un minimo di più la storia. C’è Michele Riondino, vero protagonista del film, nei panni del legale di Zuncheddu, Mauro Trogu, mentre è al telefono con l’ex procuratrice di Cagliari, Francesca Nanni, interpretata da Philippine Leroy-Beaulieu. Le dice, ridendo: «Non saremo mai d’accordo sulla separazione delle carriere».

Certo, il referendum del marzo 2026 ormai è passato e il dibattito non è più attuale. E certo, Trogu, quello vero, si è speso molto a favore della riforma poi bocciata alle urne. Aveva ottime ragioni d’altronde, si è fatto largo nell’opinione pubblica grazie al suo lodevole impegno per tirare fuori dal carcere Zuncheddu, condannato nel 1991 come esecutore di un triplice omicidio che in realtà non aveva mai commesso. Per trentatré anni è rimasto in cella, complice il verdetto concorde e rapidissimo in tutti i tre gradi di giudizio.

Dicevamo però del dibattito inquinato. Il Trogu del film dice la sua battuta a una magistrata che si è resa conto dell’errore e ha supportato la sua battaglia per chiedere e ottenere la revisione del processo. In altre parole, a qualcuno che incarna in maniera piuttosto precisa ciò che ci augureremmo fosse la prassi nelle aule e negli uffici di un tribunale. Nemmeno davanti a questo, però, si può rinunciare a un piccolo pungolo (per quanto bonario) sulla mala giustizia.

È solo un appunto, intendiamoci. Il film di Piras sta ben attento in realtà a non spingere contro la magistratura come istituzione, ma al più a rilevarne le contraddizioni. Se avesse voluto sfruttare il caso per fini diversi sarebbe sicuramente uscito prima della scadenza elettorale, aver scelto un’altra strada è già una presa di posizione evidente. La battuta, poi, è un comprensibile segno di rispetto per Trogu, vero protagonista del film e simbolo di come un avvocato affezionato alla parola giustizia dovrebbe muoversi.

Tutto questo ci dice qualcosa sull’Italia, però. In cui le parti si sono talmente esasperate che basta una minima critica per ritrovarsi nella barricata di chi i giudici li vorrebbe inermi, così come basta una minima difesa per vedersi dipinti come redivivi Torquemada. Il giorno in cui saremo in grado di ammettere che la giustizia può sbagliare senza richiederne l’abolizione sembra lontano, ma Zustìssia prova quantomeno ad accorciare le distanze.

Al cuore della sua ragion d’essere c’è la proposta di legge Zuncheddu, volta a istituire un fondo per finanziare chi esce dal carcere da innocente, nell’attesa (di norma lunga, ovviamente) che il tribunale quantifichi il risarcimento che gli è dovuto. Un altro cortocircuito del sistema italiano, che quando si rende conto di un errore punta a liberarsene senza troppe scuse e a non curarsi di come garantire all’offeso mezzi di sussistenza dopo che la reclusione gli ha devastato la vita.

Basta questo, a rendere Zustìssia un film utile per spingere chi lo guarda a porsi delle domande. Non tanto sul caso in sé, anzi Piras e i suoi sceneggiatori, Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, insistono ripetutamente sulle spiegazioni rispetto a perché il verdetto dei giudici non sia credibile, così come sulla dignitosa opposizione di Zuncheddu a qualsivoglia ammissione di colpa. Ma appunto su come gli attacchi pretestuosi della politica abbiano costretto la magistratura ad arroccarsi in una sordità inquietante davanti ai suoi errori.

Al film riesce anche la messa in scena della pressione mediatica, dovuta in larga parte a Radio Radicale, unico modo per far terminare il valzer dei rinvii delle varie udienze. Riesce un po’ meno il ritratto delle condizioni terribili delle carceri italiane, affidate giusto a un fugace passaggio sulla mancanza di aria condizionata e a una scritta sul muro: “Sa galera morit”, la galera uccide (e lo ha fatto già 184 volte nel solo 2026).

Rimane, comunque, il suo indubbio valore civico a favore di una battaglia sacrosanta. Sempre con l’obiettivo che la Zustìssia ne esca rafforzata per il beneficio di tutti, e non indebolita a vantaggio di pochi.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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