Ritratto di artista morente: Rupert Everett torna al “suo” Oscar Wilde

In sala dal 12 aprile (per Vision Distribution) “The Happy Prince”, scritto, diretto e interpretato da Rupert Everett, qui al suo esordio nella regia. Gli ultimi anni della vita del grande della letteratura inglese, Oscar Wilde: già imprigionato, stremato dalla sua relazione con Lord Alfred Douglas, povero e malato. Un omaggio al genio condannato dallo spirito del tempo, una rilettura personale a tratti altalenante, a tratti struggente. Passato alla Berlinale. L’attore inglese sarà a breve anche in “Il nome della Rosa“, la serie tv dal best seller di Umberto Eco …

Oscar Wilde arriva alla Berlinale. Lo scrittore e poeta irlandese è nome cineletterario per antonomasia: non si contano gli adattamenti delle sue opere, né le operazioni intorno alla sua figura, di cui – a livello commerciale – la più nota resta forse Wilde del 1997, diretto da Brian Gilbert e con Stephen Fry nella parte dell’autore.

Ma il volto attoriale più associato al drammaturgo è probabilmente quello di Rupert Everett, già addensato del personaggio wildiano, da giovane protagonista di Un marito ideale (1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (2002), entrambi di Oliver Parker e tratti dalle opere di Wilde.

Non può quindi sorprendere il passo avanti di Everett, che qui da personaggio diventa l’autore: egli scrive, dirige e interpreta Oscar in The Happy Prince, suo esordio alla regia, presentato fuori concorso a Potsdamer Platz dopo il recente passaggio al Sundance Film Festival.

The Happy Prince inscena gli ultimi anni della vita di Wilde. È la fine dell’Ottocento: lo scrittore, pubblicati i suoi capolavori, è stato considerato fiore all’occhiello della società culturale londinese. Acuto e scandaloso come i suoi personaggi, ormai ha però su di sé una lunga ombra: a causa della dichiarata omosessualità è stato rinchiuso nel carcere di Reading, è appena tornato in libertà, provato e in cattiva salute.

Dopo il tentativo fallito di riconciliarsi con la moglie torna allora ad avvicinarsi all’amante, Lord Alfred Douglas ovvero Bosie (“Dear Bosie”, il noto incipit del De Profundis), nella relazione che lo porta alla rovina. Oscar è povero, vive di espedienti tra giovani di strada, e in attesa della fine ha un’unica arma a sua disposizione: il proprio essere artista. L’esercizio della forma narrativa. Continuare a raccontare storie è ciò che farà fino alla fine.

È la storia di un narratore: l’universo letterario wildiano è costante punto di riferimento e vi si riflette apertamente. Il regista intende l’opera come film mentale, che si svolge principalmente nella testa del protagonista: egli, oggi sfiancato, ricorda il se stesso giovane, attraverso associazioni visive che dal passato portano al presente, come gli sputi della folla dopo la condanna che si trasformano nelle gocce dell’estrema unzione. Così Everett ritaglia momenti rimarchevoli, vedi lo struggente incontro con Lord Bosie alla stazione (un efebico Colin Morgan – incontro letterario, appunto) insieme a squarci più reiterati e meno risolti, che ripetono o puntualizzano l’implicito.

L’attore/autore dirige ottimamente il cast, compreso se stesso: Everett incarna un Wilde esiziale, in disgrazia, monito vivente sugli artisti condannati dallo spirito del tempo. Gay come lui, maturo come lui, egli compone un omaggio e insieme si specchia nel suo personale ritratto di Dorian Grey. Ma non si cada nell’equivoco che Everett sia Oscar Wilde: si limita a interpretarlo, non è una mimesi ma una rilettura personale di come pensa che fosse lo scrittore. Un dandy ostracizzato ma non innocente, soprattutto verso se stesso, nella vita di eccessi che si ripetono ad libitum, fino a pretendere vino sul letto di morte: “More champagne”, dice, ed è l’ultima parola.

Wilde muore a 46 anni, Everett ne ha 58: lo scrittore scompare nel 1900, davanti a lui, simbolicamente, un secolo di guerre e dittature. Ancora avanti, nell’epoca di Everett, il Duemila delle crisi e delle nuove povertà: è così che la morte dell’artista discriminato, inscenata da un wildiano di oggi, finisce per dialogare col presente.

Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico

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