85 deputati francesi garanti dei condannati a morte in Iran. Sepideh Farsi racconta l’iniziativa da lanciare anche in Italia

La regista iraniana Sepideh Farsi racconta l’iniziativa promossa in Francia da 85 deputati (c’è anche l’ex presidente François Hollande) che si sono impegnati a sostenere le centinaia di condannati a morte nelle carceri dell’ Iran. Dando un nome, un volto e una voce politica a ciascuno di questi condannati, la campagna cerca di aumentare la pressione sul regime iraniano affinché nessuna condanna a morte possa essere eseguita nel silenzio. Una iniziativa che andrebbe adottata anche in Italia, in Europa, nel mondo e non solo per le vittime iraniane…

Mentre in Iran l’elenco dei condannati a morte si allunga di giorno in giorno e il regime iraniano giustizia ogni mattina all’alba nuove persone, in Israele il governo di estrema destra ha adottato il 30 marzo una nuova legge che introduce la pena di morte per chi ha commesso «atti terroristici», prendendo chiaramente di mira i detenuti palestinesi.

Gli Stati Uniti d’America, con l’istigazione e la partecipazione di Israele, hanno cercato di farci credere, a noi iraniani, che il nostro Paese sarebbe stato liberato «grazie» alle bombe. Che dovevamo applaudire questi bombardamenti e che quello era il prezzo da pagare per sbarazzarci del regime sanguinario che sta divorando il nostro Paese da 47 anni e la cui ultima strage di diverse migliaia, se non addirittura di oltre diecimila manifestanti pacifici, risale a appena sei mesi fa.

Tutto questo affinché, al termine di una guerra del tutto assurda, venga firmato un accordo di pace tra l’amministrazione Trump e le autorità iraniane senza menzionare minimamente le violenze commesse dal regime iraniano.

Un altro accordo di pace viene firmato tra israeliani e libanesi, mentre l’esercito israeliano rade al suolo vaste aree del Libano meridionale e di Beirut, e il «Hezbollah filo-iraniano» continua a lanciare missili su Israele. Nel frattempo, in Palestina, il genocidio israeliano prosegue, sia a Gaza che in Cisgiordania.

L’ignominia di questa sequenza politica, che non è iniziata ieri ma ha raggiunto il suo apice negli ultimi mesi con gli attacchi israelo-americani contro l’Iran – prima nel giugno 2025, poi a partire dal 28 febbraio 2026 – sta nel fatto che non solo non hanno indebolito il regime iraniano, ma gli hanno fornito una nuova arma: lo stretto di Ormuz, di cui si servirà a suo piacimento. Ciò mette a repentaglio non solo i paesi del Golfo, ma, ben oltre, la stabilità politica ed economica mondiale. E nessuno, tra i guerrafondai di qualche mese fa, è disposto ad assumersene la responsabilità.

E in Iran… cosa sta succedendo in questo momento? La popolazione è con il fiato sospeso in attesa di notizie su questo «cosiddetto accordo di pace», i prezzi salgono alle stelle, decine di migliaia di lavoratori si trovano attualmente senza mezzi di sussistenza a causa della distruzione di interi settori delle infrastrutture del Paese durante i recenti attacchi, per citare solo l’industria siderurgica, petrolchimica e farmaceutica.

È forse necessario ricordare qui che un popolo sovrano, un grande Paese come l’Iran, non può essere liberato da un intervento militare straniero, anche se questo si nasconde dietro l’alibi degli «aiuti umanitari»?

Che un cambio di regime provocato dalle bombe non farebbe che portare ulteriore caos. Basta guardare all’esempio di un paese vicino, l’Iraq.

È necessario ricordare che le donne e gli uomini iraniani hanno dimostrato a più riprese che una stragrande maggioranza di loro vuole fare i conti con questo regime ignobile ed è pronta a pagarlo anche a costo della propria vita?

Il popolo iraniano ha bisogno del sostegno delle forze democratiche di tutto il mondo, di sostegno, non di bombe. Un sostegno concreto, non solo parole al vento. La nostra capacità di riflessione e di giudizio deve renderci capaci di proporre altre forme di sostegno oltre alle «bombe». Ed è proprio per dare vita a questo nuovo slancio di sostegno che siamo qui riuniti oggi.

Ma prima di tutto per porre fine alle esecuzioni in Iran.

L’Iran non ha mai conosciuto un periodo senza «pena di morte». Certo, il numero delle esecuzioni è aumentato dopo l’ascesa al potere di Khomeini, ma le esecuzioni dei dissidenti venivano praticate anche sotto la monarchia. Nella mia stessa famiglia ho perso dei miei cari sia prima che dopo il 1979. E ci sono tante altre famiglie iraniane come la mia.

Una delle battaglie da combattere per la transizione verso un Iran democratico è l’abolizione della pena di morte in Iran. E anche se questo principio può sembrare utopistico, bisogna considerarlo un ideale raggiungibile.

Ma per andare verso un mondo in cui regni il diritto, occorre anche proteggere e onorare le convenzioni internazionali, e adoperarsi per porre fine all’impunità quando queste vengono calpestate, indipendentemente dal paese che commette la violazione, senza alcuna eccezione. In caso contrario, si lascia campo libero a regimi autoritari come quello iraniano di ergersi a difensori del diritto internazionale, mentre nel caso del Libano spetta naturalmente alla Francia assumersi tale ruolo, dati i legami storici tra i due paesi.

«Il mondo è la mia casa», scrive Nima Youshij, il grande poeta iraniano. E per preservare questa «casa-mondo» abbiamo bisogno del sostegno di tutti, e della Francia in particolare. Abbiamo bisogno di voi, onorevoli deputati e deputate, voi che siete qui per stare al fianco del popolo iraniano nella sua lotta per la libertà.

Per concludere, vorrei rendere omaggio a Marjan Satrapi, che ci ha lasciati da poco, senza poter rivedere la sua terra natale per la quale si è impegnata a fondo negli ultimi anni. Ma anche a molte altre donne e uomini iraniani che si sono spenti in esilio, a Parigi. L’esilio, che è una delle forme di violenza politica esercitate dalle dittature.

Vorrei citare Gholamhossein Saedi, Farhad Mehrad, Shahrokh Meskoub, Moloud Khanlari, Pari Hajebi, Hassan Ghazi, Bagher Momeni, Akram Mihanifard, Bahman Amini, Homa Nategh, Mahmoud Tabrizizadeh, Nasser Pakdaman, Shahrashoub Amirshahi, Faranguis Habibi, Vida Hajebi, Parviz Ghelichkhani e molti altri ancora.

Ma voglio anche rendere omaggio a tutte le persone che sono state assassinate dal regime iraniano, proprio qui a Parigi, tra cui in particolare Abdolrahman Boroumand e Shapour Bakhtiar.

Tutte queste persone avevano una cosa in comune: il sogno di un Iran libero e democratico. E i loro sforzi, anche se non ne hanno visto il risultato, un giorno daranno i loro frutti, ne sono convinta. Facciamo in modo che il loro sogno diventi realtà, in un futuro prossimo.

Mentre i negoziati internazionali con Teheran si concentrano sul nucleare e sulla sicurezza regionale, 85 deputati francesi appartenenti a otto gruppi politici annunciano una mobilitazione parlamentare senza precedenti per impedire l’esecuzione dei prigionieri politici iraniani.

Su iniziativa di Ayda Hadizadeh, deputata del Val-d’Oise e presidente del Gruppo di amicizia Francia-Iran, lunedì 29 giugno l’Assemblea nazionale ha ospitato la conferenza «No alle esecuzioni», dedicata alla situazione dei prigionieri politici iraniani condannati a morte e alla
lotta contro l’impunità in Iran.

All’evento hanno partecipato esponenti politici francesi di primo piano, tra cui Yaël Braun-Pivet, François Hollande, Bruno Fuchs ed Elisabeth Borne, nonché parlamentari di diverse tendenze politiche, tra cui Arnaud Le Gall e Gabrielle Cathala (LFI) e Pouria Amirshahi (ECOS), rappresentanti delle principali organizzazioni per la difesa dei diritti umani, tra cui la Ligue des droits de l’Homme (LDH), Amnesty International e la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH), nonché vittime della repressione iraniana e le loro famiglie.

Alla conferenza era invitato anche il Congresso per l’Iran Libero (Iran Freedom Congress / IFC), una coalizione politica indipendente e laica, fondata a Londra nel marzo 2026 da attivisti iraniani impegnati a favore dei diritti fondamentali, del pluralismo politico e di una transizione aperta e non violenta verso la democrazia.

 


Sepideh Farsi

Regista della diaspora iraniana da decenni attiva in Francia, attraverso documentari e film dove le donne sono protagoniste. Tra i suoi titoli più recenti "Your Soul On Your Hand and Walk", doc manifesto in memoria di Fatma Hassona, la giovane fotoreporter uccisa a Gaza dagli israeliani.

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