Lo spirito Disney batte Jack London. E il cane Buck diventa umano, troppo umano
In sala dal 20 febbraio (per The Walt Disney Company Italia), il nuovo adattamento de “Il richiamo della foresta” diretto da Chris Sanders. Allo spirito del grande classico di Jack London, intriso di durezza (bastonate di feroci padroni e morsi degli altri cani della muta), lotta per la vita e affermazione di se stessi, si sostituisce lo spirito Disney che vuole tutti più buoni. Compresi i cani, Buck in testa che in realtà è un acrobata del “Cirque du Soleil” con espressioni umanissime. Troppo umane. Andatelo a vedere coi vostri bambini ma poi leggete loro anche il il racconto di Jack London. Farete un altro viaggio …

«Era stato vinto… ma non era domato». A vincere, questa volta è lo «spirito» Disney e lo sconfitto (però mai domo) è lo «spirito» London, ovvero quello di Buck il cane protagonista de Il richiamo della foresta, ennesima trasposizione cinematografica del racconto lungo di Jack London, pubblicato in volume per la prima volta nel 1903: senza parlare di serie tv, radiodrammi e cartoon. Il film diretto da Chris Sanders, prodotto dalla Fox (ora Disney) non è un cartoon, ma poco ci manca, nonostante le apparenze virtuali. Vedremo perché.

Intanto la trama, senza troppi spoiler. Dunque Buck è un cagnone di 63 chili, incrocio tra un San Bernardo e un pastore scozzese. Conduce una vita agiata e tranquilla, si fa per dire, perché per mole e vivacità combina sconquassi di mobili e suppellettili nella bella casa californiana del suo primo padrone, il giudice Miller.
E poi se la spassa perché – come scrive London nell’incipit del libro – «Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando…». I guai gli verranno dalla corsa all’oro, scatenata in quegli anni, dal ritrovamento nel Grande Nord (Klondyke e Yukon, Canada) di filoni d’oro e di preziose pepite nelle sabbie dei fiumi.
Per le spedizioni in quelle terre artiche servono slitte e cani robusti che le trainino. La legge della domanda e dell’offerta fa salire le quotazioni delle povere bestie e Buck, rapito e venduto a untrafficante di cani dal giardiniere di casa Miller, viene catapultato dal verde e dai caldi tramonti della California nel bianco accecante dei ghiacci e a dormire all’addiaccio sotto le gelide notti boreali. Non sarà un salto facile, perché dovrà apprendere la «legge del bastone e della zanna»: quella inferta dalle bastonate di feroci padroni e dai morsi degli altri cani della muta.
Ne passa di padroni Buck: dalla coppia di postini, Perrault (Omar Sy) e Françoise (Cara Gee), al balordo trio di damerini in cerca di avventure, Hal (Dan Stevens), Charles (Colin Woodell) e Mercedes (Karen Gillan), fino a incontrare l’ex minatore John Thornton (Harrison Ford) il padrone eletto, l’amico umano che lo rispetta e che Buck a sua volta rispetta e ama. Thornton lo guiderà, dopo un lungo viaggio, infinite sofferenze, cadute e risalite, fino a rispondere al call of the wild, ovvero al richiamo della natura (foresta), nel cui ambiente, finalmente, sarà padrone di se stesso.
Il lungo viaggio di Buck, in Jack London, è durezza, lotta per la vita e l’affermazione di se stessi, in coerenza con lo spirito e il pensiero dello scrittore americano, intriso di evoluzionismo darwiniano, di superomismo alla Nietzsche, di socialismo rivoluzionario, un mix filosofico che piacque e piace, per semplificare, sia alla sinistra (lo lodò Che Guevara) che alla destra. Nel film di Chris Sanders e nella sceneggiatura di Michael Green, invece, è battuto dallo spirito disneyano.
Così le dure pagine londoniane che descrivono le violenze subite da Buck sono intrise di sangue e ti fanno sentire il dolore delle ferite e il sinistro rumore delle ossa rotte da zanne e bastoni. E Buck, dopo essersi inizialmente sottomesso al cane guida Spitz, si riscatta uccidendolo e recuperando quella wilderness di cui fortemente sente il richiamo.
Nel film, invece – esplicitamente pensato per un pubblico di bambini e ragazzi, in cui il dominio del politicamente e visivamente corretto tutto attenua e smussa – anche le lotte violente tra cani sono visivamente incruente, abbastanza innocue e la morte o non c’è o appena s’intuisce.
E poi i cani non sono cani e quando lo sono indossano maschere virtuali. Pensate che Buck in realtà è un acrobata del “Cirque du Soleil” coperto da una tuta grigia e con un paio di zampe anteriori posticce. Poi il computer fa il resto: lo trasforma in un vero cane, assolutamente realistico, ma poi l’effetto speciale si fa prendere la mano e quelle che dovrebbero essere espressioni canine diventano umane, troppo umane: piange, ride, strabuzza gli occhi, ammicca, tanto che alla fine, l’effetto cartoon – con tutto il rispetto per i cartoon – ha la meglio.
Consiglio finale: se avete bambini andate pure a vedere Il richiamo della foresta in stile Disney, si divertiranno. Poi tornate a casa, non senza essere prima passati in libreria per acquistare il racconto di Jack London (magari abbinato a Zanna Bianca, altra sua celebre opera sui cani e su quell’epopea), mettetevi comodi e leggetelo. Farete un altro viaggio.
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