Le parole incompresibili tra un padre e una figlia. Anna Negri nel gorgo della memoria al cinema

In sala dal 10 novembre (per Wanted) “Toni, mio padre”, il film di Anna Negri sul rapporto con suo padre, filosofo, tra i teorici dell’operaismo e leader di Potere Operaio prima e dell’Autonomia dopo. Un film doloroso e a tratti straziante in cui i due parlano delle stesse cose (il senso della militanza, la decisione di tornare in Italia e nuovamente in carcere, persino la rivolta nel carcere di Palmi) ma in due lingue diverse, incomunicabili. Il dolore insanabile di una figlia per l’abbandono del padre, arrestato e poi esule in Francia per lunghi anni. Le letture sono tratte dall’autobiografia della stessa regista, “Con un piede impigliato nella storia”(DeriveApprodi 2023). Presentato alle Giornate degli Autori nelle Notti Veneziane …

Chi si ricorda del 7 aprile? Pochi credo. Parlo del 7 aprile del 1979. Moro era stato ammazzato da meno di un anno, l’Italia era in una tormenta di spari e di morti che chiudeva quei magnifici anni Settanta. Gli anni che spesso vengono scambiati semplicisticamente come quelli di piombo erano stati molte altre cose: mutamenti, crescita, lotta, di coscienza e di nuove consapevolezze, di vorticosi e confusi movimenti politici, di grandi correnti della storia che si scontravano sotto il pelo dell’acqua. Anni di riforme e di violenze, anni di reazione e di confusione.

Chi vedrà questo Toni, mio padre, non so quanto potrà capire di quella temperie. Perché in questo film firmato da Anna Negri, non c’è tanto la storia di quegli anni quanto la vicenda personale di una figlia e di un padre. Il padre è – era – Toni Negri, filosofo, tra i teorici dell’operaismo e leader di Potere Operaio prima e dell’Autonomia dopo.

Il 7 aprile del 1979 il professore della famosa facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova, veniva arrestato insieme ai vertici di Autonomia Operaia e a un gruppetto di professori dell’ateneo con l’accusa di essere l’animatore e in qualche modo il capo delle Brigate Rosse.

Il magistrato – un uomo di sinistra, figlio addirittura di una donna vietnamita – che aveva firmato gli atti si chiamava Guido Calogero. Ma in fondo tutto questo nel film rappresenta solo uno sfondo lontano. Anna Negri sceglie, per raccontarci quella storia la chiave di un dialogo padre figlia: Toni Negri – nella maggioranza delle immagini che si intrecciano a precedenti interviste e persino a fimini in Super 8 girati in famiglia – è un uomo di oltre novant’anni alla fine della sua vita, gira su una carrozzina spinta dalla figlia con un nasello di plastica che gli porta l’ossigeno. Padre e figlia girano per i canali di Venezia, tra una calle e un vaporetto, sotto un cielo grigio.

È una sorta di visita ai luoghi dell’infanzia di Anna e Francesco (i due figlio di Toni Negri e di Paola Meo), persino alla tomba della madre dei due ragazzi e prima moglie di Toni. Guardando la vecchia abitazione affacciata su un canale Toni Negri si chiede: “E se non fossimo mai andati via da qui?” e si risponde, “Oggi forse sarei un professorone o magari un deputato di qualche partito di centrosinistra”. Ma poi subito si corregge: “Ma non potevamo non andarcene”.

Negri per se ha una sola definizione che vale per allora e per oggi: “rivoluzionario”. Usa una immagine che mi ha fatto venire in mente una analoga usata spesso da Ingrao. Negri dice che lui e quella sua generazione erano travolti dall’onda e a quell’onda non si potevano sottrarre.

Ingrao usava invece la parola “gorgo”. Tra le due metafore marine forse quella di Ingrao sarebbe stata la più adatta a Negri, perché il gorgo fa pensare ad una attrazione inevitabile, a un pericolo ineludibile, mentre onda da quasi l’idea di qualcosa che ti porta in alto.

Toni Negri amava immagini simili che gli sono spesso costate condanne e scomuniche: era lui che parlava di “brucia ragazzo brucia”, guardando ai cortei che si chiudevano tra molotov e incendi, o usava la parola “ballare” per indicare la lotta anche violenta, come era stato Franco Piperno (un altro di Potere Operaio finito tra gli accusati del 7 aprile) a parlare di “geometrica potenza” delle Brigate Rosse.

Questa “sfera pubblica” nel film c’è, evocata dalle parole del filosofo o dalle immagini sempre struggenti di quegli anni. Ma il peso vero è nella “sfera privata”, anzi meglio nell’intreccio irrisolvibile tra queste due sfere, nel rapporto tra padre e figlia. Anna Negri aveva 14 anni quando il padre venne arrestato, ne aveva 18 quando uscì di galera perché eletto deputato del partito radicale.

Aveva la stessa età quando il padre fuggì in Francia dove rimase moltissimi anni, protetto dalla dottrina Mitterrand (ovvero dalla convinzione del presidente francese che i reati politici non immediatamente legati alle azioni sanguinose fossero sostanzialmente reati di opinione e quindi non perseguibili). La fuga – più ancora che la prigione – ruppero i loro rapporti. Toni dice che in fondo tutto quello che era successo gli aveva fatto perdere lo “statuto di padre”.

Ma Anna non è mai riuscita a perdere il suo “statuto di figlia”. Per anni la lontananza è stata profondissima. In quegli stessi anni Anna diventa una giovane donna e poi una cineasta. Tra loro, sulla pellicola, Toni e Anna parlano delle stesse cose (il senso della militanza, la decisione di tornare in Italia e nuovamente in carcere, persino la rivolta nel carcere di Trani) ma ne parlano in due lingue diverse incomunicabili. Al dolore per l’abbandono, a quel terribile senso di paura che circonda una bambina coinvolta in un mondo incomprensibile, Toni riesce solo a rispondere con un “mi dispiace” che non risolve nulla.

Anna piange davanti alla telecamera e si chiede se questo film sia il caso di farlo, senza riuscire a darsi una risposta. Lei racconta che quando era ragazza e viaggiava in treno aveva sempre paura che le chiedessero il cognome, che fosse identificata, aveva il terrore di incontrare i familiari delle vittime del terrorismo e dice che con questi si sarebbe sentita come separata dalle sponde di un fiume insuperabile. Ma nessuno di questi sentimenti è compreso dal padre e l’immagine del fiume – in realtà – sarebbe più adatta a raffigurare il rapporto col padre: si parlano dalle sponde di un fiume che li divide e rende le loro parole incomprensibili. Eppure la rabbia, il rancore non cancellano gli affetti, ché questi sono il vero motore del documentario.
Ora il film c’è. Ed è straziante, anche se nessuno di quelli che lo guarderà potrà comprendere davvero tutto questo dolore. Eppure in qualche modo è un dolore che abbiamo condiviso, almeno tutti quelli che quegli anni hanno vissuto (collocati sulle diverse parti di una barricata che non prevedeva solo due lati) tra illusioni e delusioni tra possibilità e disastri. Siamo di nuovo al punto di partenza, a questa insopportabile dicotomia tra privato e politico. In fondo solo chi ha pensato che “il privato è politico”, come insegnava il femminismo, trova questa separazione come una lacerazione dolorosa.


Roberto Roscani

Giornalista

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