Tutte le ferite del Boss. “Liberami dal nulla” porta al cinema lo Springsteen di “Nebraska”

In sala dal 23 ottobre (per The Walt Disney Company Italia)”Springsteen: Liberami dal nulla“, nuovo film biografico incentrato su Bruce Springsteen e sul suo album più cupo: “Nebraska“. Nei panni del Boss, l’amatissimo Jeremy Allen White, in cerca di Oscar. Un film onesto, concentrato sulla sua storia (ispirata da un libro, come del resto “A complete unknown) ma che purtroppo dimentica di essere nato negli USA…

Sulla soglia del Duemila, Bruce Springsteen pubblicò un’antologia dei suoi video. Tra questi ne spuntava uno straordinario, girato in un unico piano sequenza, con giusto un microfono illuminato e il fondo nero. Le voci del Boss e della sua E Street Band arrivano e vanno via. Rimane ancora oggi la più precisa rappresentazione visiva di Springsteen e della sua musica: una voce emerge dal buio, ti chiama fratello, ti racconta le sue ferite più profonde e poi sparisce. Jonathan Demme, che firmava la regia, aveva capito l’anima del suo amico cantautore. Liberami dal nulla, il nuovo film su Springsteen in arrivo il 23 ottobre nelle sale, invece si accontenta di provare a cavalcarla senza cadere. Non che sia poco.

L’obiettivo è chiaro, per pura casualità è lo stesso a cui proprio Demme portò il Boss nel lontano 1994: il palco del Dolby Theatre di Los Angeles, con un Oscar tra le mani. Allora Springsteen vinse per la magnifica canzone che chiudeva Philadelphia. Per Scott Cooper, che Liberami dal nulla lo ha scritto e diretto, potrebbe bastare anche solo una nomination. Chi punta al bersaglio grosso è l’attore protagonista, Jeremy Allen White, reduce da un successo straripante in tv con The Bear (senza dimenticare la più “antica” Shameless) e pronto al salto dal piccolo al grande schermo.

Negli ultimi anni i film biografici sugli idoli musicali hanno sempre pagato, era solo questione di tempo perché toccasse anche a Springsteen. A differenza di altri film del genere, soprattutto del recentissimo A complete unknown, però, in Liberami dal nulla non siamo davanti a una banale agiografia. Il film prende le mosse dall’omonimo libro (che poi è anche il verso finale di State trooper), scritto da Warren Zanes, tradotto in Italia da Alessandro Besselva Averame per Jimenez. È il racconto di come il Boss arrivò a scrivere e pubblicare, nel 1982, Nebraska, l’album che ha sempre considerato il suo capolavoro.

Allora Springsteen era, possiamo dire, già nato per correre ma non ancora negli Usa. Veniva da un lungo tour zeppo di folle oceaniche e festanti. Insomma, viaggiava sulla cresta dell’onda. Si chiude in una casa nel suo New Jersey e inizia a scrivere, solo che quello che viene fuori è torbido, impastato con gradi diversi di sofferenza. C’è la sua storia personale, di figlio della working class, e quella degli Stati Uniti più violenti e sanguinosi. Il tutto inciso su un registratore casalingo a quattro piste, nastri che nelle intenzioni servivano solo come bozza e che diventeranno invece i pezzi definitivi.

Nebraska nasce così, per i fan del Boss è leggenda, per chi non l’ha mai ascoltato un ottimo motivo per lanciarsi alla scoperta di quel che rimesta ai limiti delle nostre società. Soprattutto, di come la musica ha saputo farsi carico di raccontarlo. Scegliere quel periodo e quell’ album era forse l’unico vero modo per aggiudicarsi l’ok di Springsteen. Al cantautore più autentico d’America, come lo hanno definito regista e protagonista, bisogna pur pagare un prezzo di autenticità.

Cooper non si avventura in nient’altro che il semplice racconto dei fatti, con il libro come bussola. Non vuole sovraccaricare il film, l’importante è far emergere Allen White, molto azzeccato e fuori ruolo a scene alterne. Per gli Oscar, però, c’è bisogno di una lezione, della morale alla fine. Ecco allora i lunghi flashback in bianco e nero del piccolo Bruce alle prese con l’alcolismo del padre, per tutto il film preparano il terreno per la pacificazione finale.

Non che sia fuori luogo, al più leggermente inzuccherato. In fondo la musica di Springsteen si incanala per statuto nel rapporto padre-figlio, una sorta di testimone passato tra le generazioni. Ed è così perché lo stesso Boss ha costruito la sua poetica attraverso il punto di vista di suo padre. Per capire quel rapporto fino in fondo c’è il suo meraviglioso spettacolo biografico, filmato da Netflix, Springsteen on Broadway. Tra le tante cose confessava di aver scelto la voce di suo padre per le sue canzoni e di aver scelto quella prospettiva, quella di chi si suda ogni giornata, per guardare agli Stati Uniti.

Ecco, se c’è un assente in Liberami dal nulla sono proprio gli Usa. Non fanno nemmeno da sfondo, non c’è nulla degli indaffarati anni ‘80 reaganiani, men che meno un abbozzo di riferimento alla deriva trumpiana. Vediamo il Boss scrivere Born in the USA, ma non le persone a cui si è ispirato, ossia i reduci del Vietnam, tagliati fuori dalla vita civile. Anche glissare sull’oggi stona, non foss’altro che per il tour di qualche mese fa, in cui Springsteen si è speso a urlare senza sosta quanto corrotta e inadeguata sia l’attuale amministrazione (ma anche a lanciare un messaggio di lotta e speranza: «In questo mondo non c’è tanta umanità quanta ne vorremmo, ma ce n’è abbastanza»).

Al di là di questa non piccola lacuna, il film di Cooper rimane un lavoro onesto, in cui si intravede un rispetto sincero per la storia che ha cercato di raccontare. Sarà curioso vedere che effetto avrà soprattutto oltreoceano, dove il Boss è un’istituzione ma il suo impegno sociale cade sempre più nel vuoto. Da questo lato del mondo, invece, potremmo accontentarci anche solo se avvicinerà qualcuno a quel capolavoro ruvido e cupo che porta il nome di Nebraska.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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