Come tutto è cominciato. Il crollo del giornalismo secondo Danny Boyle apre Venezia 83
“Ink” di Danny Boyle apre la Mostra del Cinema di Venezia numero 83. Tratto dalla pièce omonima e sceneggiato dal suo autore, James Graham, il film racconta la parabola irresistibile del “Sun“, tabloid britannico schizzato in cima alla classifica delle vendite tra il 1969 e il 1970 grazie al nuovo proprietario, Rupert Murdoch. Una riflessione sulla caduta dei giornali e sulle sue conseguenze. Il film è in corsa anche per il Premio Bookciak al miglior film da opera letteraria.

Nel 1969 il mondo scopriva da vicino la Luna, ma in Inghilterra a prendersi la scena era il Sole. In contemporanea con l’Apollo 11, Rupert Murdoch acquista The Sun e la sua scintillante e spregiudicata scalata nel mondo della stampa britannica fa arrivare i suoi raggi fino a oggi, grazie alla pièce di James Graham e a Ink, il film di Danny Boyle che ha ispirato, apertura in concorso di Venezia 83.
Sono inchiostrate già le prime riprese, un dialogo obliquo tra il nuovo proprietario, Murdoch per l’appunto, e Larry Lamb, in quel momento in forza al Daily Mirror, giornale dell’establishment, ma tentato dal grande salto alla direzione offertogli dal magnate australiano. In uno scicchettoso ristorante londinese si sugella l’accordo, messo in scena con un dialogo brillante tra Guy Pearce nei panni dell’impresario e Jack O’Connell in quelli del giornalista, un attimo dopo siamo già in Fleet Street, la leggendaria via di Londra in cui si concentravano tutti i giornali e le tipografie del paese, destinata a essere mandata a rotoli proprio dal Sun levante.
Finché Ink resta una spietata rappresentazione di come le ambizioni diverse ma convergenti di due uomini abbiano mandato a farsi benedire qualsiasi briciola di etica e deontologia giornalistica, Boyle è pressoché perfetto. Usa con intelligenza ma senza esasperarlo il sempre scenografico rullo delle rotatorie, tiene un ritmo serrato efficacissimo, rende chiaro l’intento del nuovo tabloid, ossia sdoganare mondanità e frivolezza per massimizzare il pubblico. Ricetta che, come immaginabile, inizia subito a funzionare.
Il Sun porta sulla carta stampata per la prima volta doppi sensi, articoli sulla televisione, foto ammiccanti e gadget a profusione. In breve, tutto ciò che fino ad allora i giornali avevano accuratamente evitato per mantenere il ruolo di educatori e informatori di qualità. «La stampa non dovrebbe essere uno specchio», ci avvisa a un certo punto un personaggio, giocando con il significato di Mirror, l’acerrimo rivale del Sun, «ma una finestra». Dipende però anche su cosa la si vuole far affacciare.
Nella seconda parte invece il film tende a sgonfiarsi. È quasi fisiologico, la sceneggiatura deve virare su uno dei punti di svolta della storia del Sun. Nel 1970 viene rapita per un banale scambio di persona la moglie dell’editore del giornale, i sequestranti pensavano fosse la moglie di Murdoch e chiedono un milione di sterline per la liberazione. Il Sun pubblica tutto, senza distinzioni tra cosa sia privato e cosa no. Il sequestro finisce in tragedia, ma le copie vendute aumentano.
Inaspettatamente il film di Boyle, che si basa sulla sceneggiatura dello stesso Graham, per certi versi assolve Murdoch. Pur ribadendo a più riprese di essere lui e solo lui il padrone del giornale, in Ink lo vediamo perlopiù scontrarsi verbalmente col suo direttore, senza quasi mai ottenere ciò che vuole, vale a dire una linea più ortodossa. Il Murdoch di Boyle tiene al sogno di trasformarsi nel più venduto giornale del Regno Unito, ma non sembra volerlo raggiungere a costo della propria credibilità.
In realtà il discorso portato avanti da Graham e Boyle è più sottile, ha a che fare molto di più con la mutazione del giornalismo, quindi anche e soprattutto con l’oggi. Il Sun è stato il primo esperimento di massa a dimostrare che la qualità delle notizie poteva essere considerato un intralcio, che pubblicando sciocchezze d’impatto si poteva far macinare più denaro che cercando di fare il cane da guardia della democrazia.
Boyle costruisce un gioco visivo sagace, riproponendo più volte riprese diagonali e creando quindi un implicito rimando a Quarto potere di Orson Welles. Sono due ascese diverse, quelle del Kane di allora e del Murdoch di ieri (o di oggi), ma accomunate da un’idea che non è mai morta, ossia che i giornali sono prima di tutto uno status per chi li possiede e per le loro mire. Solo in seconda battuta possono svolgere un ruolo civile, ma solo a seconda delle convenienze del loro editore.
Non è un caso che il montaggio finale ripropone tanti dei magnati di oggi, da Musk a Bezos, ma anche i momenti divenuti pop in cui politica e superficiale frivolezza si sono saldate. Non solo i social, ma anche i frullati rovesciati addosso al leader di estrema destra Nigel Farage, gli improbabili candidati visti per il mondo negli ultimi anni e, immancabile, la summa spaventosa di tutto questo: Donald Trump.
La democrazia muore nel buio, c’è scritto sotto la testata del Washington Post. Solo che il Post lo ha comprato Bezos e ora è lui a decidere dove puntare la luce. Un meccanismo che, guarda caso, è iniziato con la luce per eccellenza: il Sun. Di questo, sostanzialmente, ci vuole avvisare Ink. Per Venezia 83 un’apertura che non sarà politica, ma certo non cade per nulla lontano. E riesce molto bene a metterci in guardia.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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