Galliano Juso, quella simpatica canaglia del nostro cinema. In un doc a Venezia vita ed opere del produttore culto

In “Juso per ferie”, al Lido tra i documentari sul cinema, Karen Di Porto e Steve Della Casa raccontano il singolare produttore (1937-2024), cui si devono cult di genere negli anni ’70 e ’80 (tra cui la serie sul Maresciallo Giraldi/Tomas Milian e la commedia sexy “W la foca”), ma anche gli esordi sul grande schermo di Ciprì & Maresco e Rezza & Mastrella. Il divertente doc lo rievoca nell’ascesa e nel declino, nei successi e nei flop, tra le immagini dei film e le testimonianze fuori dal set, che compongono il racconto di un’irripetibile “simpatica canaglia” del nostro cinema…

Ci sono persone che fanno cinema, e ci sono personaggi da cinema. Ma c’è chi può essere entrambe le cose, come il produttore Galliano Juso, nato nel 1937 ad Alberone, provincia di Foggia, dodicesimo pargolo di una famiglia contadina, spedito in collegio ad amatrice e poi migrato a Roma per studiare architettura, divenendo un frequentatore abituale delle notti capitoline tra il Pantheon, il Bar della Pace e Piazza Navona.

Con lui «sembrava di vivere costantemente un Satyricon in progressione», ricorda l’amico Salvatore Vero nel documentario Juso per ferie (fuori concorso all’83ma Mostra di Venezia), diretto da Karen Di Porto e scritto con lei dal critico Steve Della Casa. Di cui si respira tutta la passione contagiosa per lo storytelling del nostro cinema di genere, dalla (vera o presunta) serie B alla serie Z, che specialmente nel periodo d’oro degli anni ’60 e ’70 ha saputo essere squattrinato e ingegnoso, commerciale ed eversivo, sospeso tra mestiere e follia, successi miliardari e flop destinati a riemergere come “scult” da manuale.

Juso è stato un protagonista di quella stagione, ma non solo. E infatti a ricordarlo c’è una schiera eterogenea di addetti ai lavori delle più varie sensibilità e mansioni: registi e registe come Giuseppe Tornatore, Giovanni Veronesi, Bruno Colella, Daniele Ciprì, Giuliana Gamba e la stessa Di Porto, produttori come Ettore Rosboch, Alberto Tarallo, Maurizio Amati, critici come Antonio Monda e Marco Giusti, costumiste come Sandra Cardini, attori da Luc Merenda e Lino Banfi a Jerry Calà, lo scrittore Marco Lodoli, lo stuntman Massimo Vanni, il pornodivo Rocco Siffredi e i teatranti (poi filmmaker) sperimentali Flavia Mastrella & Antonio Rezza. Agli spettacoli di questi ultimi due, raccontano, Juso poteva portare Gianni Schicchi piuttosto che Goffredo Fofi, perché la sua vocazione, rimarca Della Casa, era «mescolare, sperimentare».

Lo fa sin dagli exploit iniziali come produttore, un ruolo a cui approda dopo aver puntato inizialmente la regia, salvo ripiegare dopo i primi contatti con quel «mondo kafkiano» che è il cinema (lo definisce così in un’audiointervista del 2018 di cui sentiamo diversi brani). Il “metodo Juso” al suo meglio è già tutto nella “invenzione” di Franco Franchi protagonista comico in solitaria, approfittando del temporaneo allontanamento dal sodale Ciccio Ingrassia: Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore (1973) sarebbe dovuto costare 80 milioni di lire, in realtà saranno 85, ma al box office supera il miliardo e mezzo.

Messosi in proprio con la sua Cinemaster, Juso cavalca a modo suo il “poliziottesco”, proponendo un commissario non eroico ma provocatoriamente corrotto col volto di Merenda (ne Il poliziotto è marcio), e il filone “sexy” (L’affittacamere, con Gloria Guida ma anche Banfi e un Adolfo Celi provvisto di baffetti). Il furto del portafoglio a Napoli con i soldi per pagare le comparse gli dà l’idea per Squadra antiscippo: siamo all’alba di una delle maschere più celebri del nostro cinema popolare, quella di Tomas Milian reinventato, barbuto, trucidamente romanesco (con la voce di Ferruccio Amendola) nei panni del Maresciallo Nico Giraldi.

Il “Serpico” capitolino (si chiama come l’agente interpretato da Al Pacino il topolino domestico di Giraldi) unisce crime all’italiana e commedia riempiendo le sale, grazie anche a caratteristi come Bombolo («Oh, famme lavora’, so’ forte!», dice a Juso che lo incontra venditore ambulante di piatti per le strade di Roma). «Far ridere la gente delle proprie paure», è il segreto secondo Tornatore, un po’ come Il figlio dello sceicco ironizzerà alla sua maniera sullo shock perolifero del ’73.

Ma di quel patrimonio non resterà nulla in tasca a Juso, che vende a pochissimo, «per una distrazione» dirà lui, i diritti dei film con Milian (otto per 3 milioni e mezzo di lire) non prevedendo il boom delle televisioni private. Si aggiungono il fiasco del tentativo di lanciare Anna Oxa sul grande schermo in una parte sia da uomo sia da donna (Maschio, femmina, fiore, frutto, 600 milioni di perdita), poi di nuovo la commedia sexy, più spinta e censurata del solito con W la foca, destinato a futura gloria, anche presso Quentin Tarantino ed Eli Roth, ma plurisequestrato all’uscita. Il declino, insomma, pare inevitabile, anche perché dalla metà degli anni ’80, ricorda Della Casa, il cinema italiano di genere «muore per sempre».

Ma proprio da lì inizia una nuova fase per il produttore, che fino all’ultimo non rinuncia alla «malattia» di fare film. E continuerà a farne: di sfortunati (o di sbagliati: Snack Bar Budapest secondo l’autore del romanzo Lodoli è una «catastrofe», anche per la scelta di affidarlo a Tinto Brass), di deliranti (Chicken Park, parodia trash del Jurassic Park spielberghiano con tanto di polli giganti per la regia di Calà), di velleitari (Amorestremo con Rocco Siffredi hard ma non troppo), ma anche di avanguardistici: fa esordire nel lungometraggio Ciprì & Maresco (Lo zio di Brooklyn) e Rezza & Mastrella (Escoriandoli). Del resto, chiosa ironico Ciprì, «A noi chi ci doveva produrre?».

Il vero film ormai è però quello, tragicomico, di Juso stesso: le testimonianze ce lo restituiscono tra problemi finanziari e collaboratori pagati in ritardo, gli uffici che da via Ripetta e Prati si spostano alla propria stessa casa, i cambiamenti di società a decine. In Brasile, dove si stava girando Lambada, il «sabotatore» (anche di sé stesso) arriva ad aprirsi la fronte con una testata sul tavolo per sfuggire alle ire delle maestranze. Cialtroneria e seduzione (comunque «non riuscivi a dirgli di no», rammenta Siffredi), intuizioni brillanti (adattare Roberto Saviano con Tatanka, dopo la Gomorra cinematografica e prima di quella seriale) ma indisponibilità a seguire i progetti fino in fondo, abbandonandoli per inseguire la successiva idea.

C’è tutto questo nel ritratto del doc, divertente e paradossale come il personaggio narrato, tra l’Ed Wood di Tim Burton e Il grande Boccia della stessa Di Porto. Che, uscito pochi mesi fa, è stato l’ultimo, travagliato, avventuroso progetto del produttore (venuto a mancare nel 2024). Lì, Ricky Memphis dà il volto al (vero) Tanio Boccia, regista tra gli anni ’50 e primissimi ’80 di improbabili film a bassissimo costo, sempre in bolletta e pronto ad arrangiarsi con le buone o con le cattive. Ed è, forse, il miglior testamento possibile di Juso: non è mica un caso se sul set Il camorrista, all’esordiente Tornatore che lamentava la scarsezza di mezzi per girare una sparatoria, rispondeva impunito: «Tanio Boccia l’avrebbe girata lo stesso!».


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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