“La leggenda del deserto” per non dimenticare i Sahrawi. Alle Notti Veneziane il doc poetico e politico di Elisabetta Giannini

La voce del popolo ignorato dall’“Odissea” di Nolan arriva al Lido col lungometraggio d’esordio di Elisabetta Giannini, prodotto da Antonietta De Lillo con Marechiarofilm, in anteprima alle Notti Veneziane delle 23me Giornate degli Autori. Al centro, i due viaggi compiuti, a trent’anni di distanza, da Carolina De Lillo Magliulo tra i profughi Sahrawi, esuli dalla propria terra sotto occupazione marocchina. Nel (bel) doc della regista, il dialogo con una comunità che non si arrende diventa anche una riflessione, nutrita dalle parole di Antonella Ossorio, sul tempo e la memoria. Fra la tragica complessità del mondo e il calore dello sguardo infantile che trasfigura liricamente, e utopisticamente, il reale…
«Se anche io domani facessi parte di chi dimentica?». La domanda della scrittrice Antonella Ossorio ne Il mestiere del vento informa La leggenda del deserto, documentario e lungometraggio d’esordio di Elisabetta Giannini (anche sceneggiatrice con Elena Grillone e montatrice assieme ad Andrea Campajola). E si tratta, non per nulla, di un film sulla memoria, fissata e ripercorsa dal cinema, facendone oggetto alternativo al fiume di informazioni, immagini, tragedie che ci scorrono via etere davanti agli occhi per depositarsi presto o tardi nell’archivio, o nell’oblio, della coscienza privata e collettiva.
Oblio dove per troppi rischia di rimanere, se mai è stata nota, la drammatica situazione del popolo Sahrawi, cui sono negate terra e autodeterminazione dal 1975, data d’inizio dell’occupazione marocchina. Negli stessi luoghi Christopher Nolan ha girato, tra contestazioni e appelli al boicottaggio, parte della sua Odissea, col beneplacito e il sostegno della monarchia di Rabat ma senza che i nativi del Sahara Occidentale avessero voce in capitolo (e non è l’unico caso nel cinema recente). Quella voce la fa sentire invece La leggenda del deserto, portandola alle Notti Veneziane delle 23me Giornate degli Autori dove il doc (distribuito da Lo Scrittorio) è in anteprima.
Si parte, letteralmente, dai primissimi anni ’90, con una bimba di otto anni (è Carolina De Lillo Magliulo, sorella di Elisabetta Giannini e protagonista del film) in aeroporto assieme alla madre (la cineasta Antonietta De Lillo, produttrice del documentario con la sua Marechiaro). Sono in procinto di volare verso il Sahara, anche se la loro compagna di viaggio Fatima sta incontrando ostacoli burocratici, mostrando già il discrimine tra chi è cittadino o cittadina di uno Stato unanimemente riconosciuto e chi si trova sospeso nel limbo delle controversie (e ingiustizie) internazionali.
È un limbo in cui i Sahrawi continuano a (r)esistere, divisi a centinaia di migliaia fra il territorio occupato dal Marocco (che oltre 2.000 chilometri di muro, il più lungo dopo la Muraglia cinese, separano dalla zona libera sotto il controllo del Fronte Polisario) e l’esilio, con 170.000 persone relegate a vivere nelle tendopoli in Algeria. È lì che si reca Carolina, in un momento storico dove il referendum promesso dall’ONU fa sperare i profughi in un ritorno in patria. Ed è lì che la bambina diventata adulta torna, trent’anni dopo: l’annunciata consultazione non si è ancora svolta, e la soluzione apparentemente così vicina si è dileguata come un miraggio nella sabbia.
Il che non ha placato (anzi) le rivendicazioni di quel popolo, mostratoci nella sua dignità e vitalità non riducibile a nessuno stereotipo vittimistico: dalle donne anziane che rievocano le proteste contro i predecessori dei marocchini, gli spagnoli, all’entusiasmo dei bambini in giro per le strade di Napoli (per poi rientrare nei campi, in un percorso opposto a quello di Carolina), da chi rammenta la vita prima dell’esilio a chi non ha mai vissuto neanche un giorno nella terra da cui furono cacciati genitori e nonni.
Viene in mente, già solo nella somiglianza tra le bandiere, la questione palestinese, e più in generale la piaga mai superata del colonialismo, rispetto alla quale le potenze occidentali, per quanto si credano assolte (come direbbe De André), sono per sempre coinvolte: anche in virtù del commercio di armi, con l’Italia al primo posto (secondo una statistica del 2020 citata da uno degli intervistati) per numero di mine antiuomo fornite al governo marocchino. Quest’ultimo, racconta un’altra testimone, impartisce agli oppressi la Storia dal punto di vista degli oppressori, chiamando orgogliosamente “Marcia Verde” l’invasione, “Nera” per chi l’ha subita, del Sahara occidentale.
Il contrasto tra i due viaggi e periodi in cui si articola il doc è già tutto nella grana delle riprese risalenti agli anni ’90, recuperate e reinterrogate in un’idea di cinema proficuamente circolare, dove le immagini “familiari” di ieri nutrono e ispirano quelle di oggi. Una pratica già messa in gioco dalla stessa Antonietta De Lillo nel suo recente autoritratto L’occhio della gallina, dove la montatrice era proprio Elisabetta Giannini. Che, mentre nel corto del 2023 Sognando Venezia da lei diretto metteva in scena, non senza ironia, le adolescenti aspiranti influencer di oggi, con La leggenda del deserto ci parla di un’altra generazione, quella dei millennial, maturata di fronte alle criticità irrisolte, anzi aggravate, di un mondo postmoderno sempre meno leggibile e più cupo.
Da questa prospettiva, La leggenda del deserto è (anche) un racconto di formazione. Dove la Carolina odierna deve constatare la messa in discussione di ogni certezza e valore, compreso il pacifismo, di fronte a un popolo che dopo decenni di soprusi e delusioni non considera il ritorno alla lotta armata un tabù, pur contemplandola solo come opzione ultima. Ma, anche nell’amaro e precario disincanto del presente, qualcosa dello sguardo infantile, ingenuo, fiabesco e potenzialmente utopistico del precedente soggiorno nel Sahara, rimane: facendosi voce narrante bambina del doc, e preservando la fiducia in un vento capace di «aggiustare quello che gli uomini hanno distrutto».
È la stessa dialettica di inquietudine e fiducia con cui la ventinovenne regista sembra mettersi in ascolto della realtà. Senza edulcorarla ma cogliendone liricamente squarci di bellezza e calore da cui reimmaginare il futuro, in un albero che si staglia nella sabbia «pronto ad affrontare la tempesta» o nello spettacolo di burattini a cui assistono divertiti e affascinati i bimbi Sahrawi nella città partenopea. Evitando risposte e schemi banalizzanti calati dall’alto e dall’esterno, Giannini ci accompagna così a (ri)visitare, poeticamente e politicamente, una faglia della Storia e chi la abita. Per conoscere, ma soprattutto per non dimenticare.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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