Nell’Italia che ha “Fame d’aria”. L’autismo nel film di Giuseppe Bonito dal libro di Daniele Mencarelli
La sezione Confronti delle 23me Giornate degli Autori ospita il nuovo lungometraggio del regista di “Figli”, Giuseppe Bonito che adatta il romanzo dell’autore di “Tutto chiede salvezza” Daniele Mencarelli. La storia è quella di Pietro (Paolo Pierobon) e del figlio gravemente disabile Jacopo (Saverio Santangelo), costretti da un incidente a fermarsi in un borgo molisano. È l’inizio di un (melo)dramma familiare a tratti claustrofobico come un thriller, dove la solitudine di una famiglia abbandonata dallo Stato si specchia in quella di una piccola provincia sospesa, impoverita, spopolata. E, ancora una volta, ci si può salvare solo insieme…

«Lo sanno tutti che il Molise non esiste», dice ironica Gaia (Rosa Palasciano) in un momento di Fame d’aria. Eppure sembra reale il paesino dove si sono fermati il grafico di mezza età Pietro (Paolo Pierobon) e il giovane figlio Jacopo (Saverio Santangelo) per un guasto alla vecchia auto su cui stanno viaggiando da Roma alla Puglia.
Forse però non è che una tappa dell’inferno in cui sente di vivere l’uomo, letteralmente ed emotivamente soffocato dagli affanni e dalle amarezze per la difficile condizione del figlio, cui da anni provvede assieme alla moglie senza nessun altro sostegno. A quanti gli chiedono cos’abbia il ragazzo, lui risponde, crudamente e stancamente: «Autistico a basso funzionamento. Bassissimo funzionamento. Vuol dire che non parla, non è in grado di fare niente, si piscia e si caga addosso».
Nello stesso giorno in cui a Venezia Orizzonti lo stesso tema viene affrontato dal debutto di Tommaso Landucci I figli della scimmia, passa alle Giornate degli Autori, tra i Confronti, questo film tratto dall’omonimo libro (uscito per Mondadori nel 2023) di Daniele Mencarelli, anche sceneggiatore insieme a Monica Zapelli. Dirige Giuseppe Bonito, che proprio di autismo aveva parlato nel suo primo lungometraggio Pulce non c’è (trasposizione del romanzo di Gaia Rayneri), ritraendo poi le difficoltà di essere genitori nel pluripremiato Figli, dal monologo del compianto Mattia Torre I figli invecchiano.

Mencarelli, dal canto suo, è poeta e narratore frequentatissimo da cinema e tv: sono già approdati sullo schermo La casa degli sguardi (per la regia di Luca Zingaretti) e Tutto chiede salvezza (nella serie di Francesco Bruni per Netflix). Come quest’ultimo, Fame d’aria tocca il delicato nodo della salute mentale, ma attraverso il punto di vista di Pietro, cui il bravissimo Pierobon (nota di merito però anche alla non facile prova di Santangelo) riesce davvero a infondere gli scatti e le accensioni del «disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca» descritto nel testo di partenza.
E, sin dal titolo, è claustrofobica come un thriller la permanenza forzata del protagonista e del ragazzo a Sant’Anna del Sannio, ospiti della pensione in disuso di Agata (Milvia Marigliano), aspettando che il meccanico Oliviero (Alfonso Santagata) ripari la vettura. Nel frattempo, i due sono esposti allo stillicidio di sguardi compassionevoli e altre attenzioni non richieste, quando non dannose, dei compaesani, poco abituati a visite dall’esterno (più d’uno domanda a Pietro «A chi appartenente?», cioè con quale famiglia sono imparentati). È l’aiutante di Agata, Rosa, rientrata dopo anni trascorsi a Napoli, l’unico potenziale ponte tra il mondo dei due visitatori e quello del borgo dove «è tutto vecchio», e anche pagare con il bancomat può risultare una pretesa eccentrica.
Così, la solitudine di un genitore e di un ragazzo abbandonati da uno Stato sempre meno sociale (Pietro confessa di essersi indebitato per pagare le costose terapie del figlio, non coperte dal Servizio sanitario nazionale) si specchia in quella di una provincia impoverita, spopolata e dimenticata ormai anche dai discendenti degli emigrati, sospesa fra stradine desolate e silenziose, rifornimenti dalle aree centrali che non arrivano, piccoli rancori e prepotenze. Ma anche gesti e riti solidali, come quello dei pranzi di Agata a prezzi simbolici per vedovi e vedove delle case intorno, «almeno così si tengono compagnia».
Forse proprio questo calore umano in grado, malgrado tutto, di emergere può offrire uno sbocco alternativo alla via crucis senza resurrezione cui sembra avviato il protagonista. Allo stesso modo, nel cortocircuito di differenti marginalità sta l’aspetto più interessante del (melo)dramma familiare di Bonito e Mencarelli. Dove il racconto di un genitore al bivio tra riaprirsi alla vita e sprofondare nel baratro diventa l’occasione per dare voce alla “fame d’aria” di storie e condizioni che, come il Molise, esistono, anche se non tutti sembrano volersene accorgere.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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