Quel che resta del Vietnam. Il “Mr. Nelson” di Tsukamoto porta a Venezia lo strazio dei reduci
In concorso a Venezia 83, “Mr. Nelson, did you kill people?” di Shinya Tsukamoto. Ispirato all’autobiografia di un reduce del Vietnam, il film racconta il trauma della guerra e l’elaborazione dolorosa dell’ex soldato. Ai riuscitissimi flashback sulla guerra si contrappone però una seconda parte meno riuscita. In concorso anche per il nostro premio collaterale Bookciak al miglior film da opera letteraria …

Ci si potrebbe aspettare, da un film che si intitola con una domanda, che possa terminare con una risposta. È molto più sottile, invece, che quel film ci riproponga continuamente una seconda domanda, più difficile. Accade in Mr. Nelson, did you kill people?, il ritorno nel concorso di Venezia 83 del maestro giapponese Shinya Tsukamoto, regista di culto di molto cinema di genere e non solo. Stavolta, però, la storia che ci racconta ha molto a che fare con l’Occidente, sebbene abbia il suo cuore in Vietnam.
La domanda del titolo (“Signor Nelson, ha ucciso delle persone?”) è quella che una bambina rivolge al protagonista, Allen Nelson, afroamericano finito nel tritacarne umano della giungla vietnamita da giovanissimo. Oltretutto è anche la frase che lo stesso Nelson ha scelto come titolo della sua autobiografia, inedita da noi, a cui il regista si è ispirato. Che il film di Tsukamoto non impieghi le sue oltre due ore a rispondere a quella domanda in fondo ha il suo senso, sappiamo tutti benissimo che in guerra è assai raro il lusso di non trasformarsi in assassini. La domanda che il regista ci ripropone continuamente è allora un’altra: perché lo ha fatto?
A riproporre l’interrogativo in maniera costante è l’unico attore di grido del cast, Geoffrey Rush, che interpreta lo psichiatra a cui Nelson si rivolge per provare ad alleviare il suo disturbo da stress post-traumatico, tra i più diffusi contraccolpi dei reduci. Siamo comunque già molto avanti nel film, la prima parte è invece un ondeggiare tra i flashback (riuscitissimi) delle stragi in Vietnam e il presente dopo il ritorno in patria, in cui Nelson vive quasi da reietto.
Per noi il nome di Nelson può non essere celebre, ma in Giappone è stato il testimone più noto del conflitto in questione. Ha tenuto nel solo paese nipponico più di mille conferenze ed è lì che è sepolto oggi, ucciso giovane dalle conseguenze dei gas respirati nella giungla. Quello di Tsukamoto è quindi un omaggio sentito a un testimone che per poter raccontare la sua storia al mondo ha prima dovuto soffrirne a lungo l’elaborazione. La seconda parte del suo film si concentra esattamente su questo, perdendo purtroppo smalto e irrigidendosi in pesanti ripetizioni.
Ci addentriamo nella vita di Nelson, nella famiglia che si è ricostruito e nei demoni che ancora lo tormentano. Il protagonista ci appare quasi sempre madido, rabbioso e sconcertato. Gli dànno voce e volto Mark Merphy, per la sua giovinezza da soldato, e Rodney Hicks, per la sua vita adulta, dopo la guerra. A spingerlo a raccontare il suo trauma è il volantino trovato nello zaino del suo figlio adottivo, in cui si pubblicizza l’arruolamento nei Marines.
Finché Mr. Nelson si aggira nella ricostruzione storica siamo davanti all’ennesima prova ottima di Tsukamoto. Lo spettatore percepisce l’orrore, quasi mai edulcorato, delle azioni militari nella giungla e tocca con mano l’origine del trauma del protagonista. Un vietcong prigioniero gli apre gli occhi, prima di morire gli chiede per cosa combatta: lui sta difendendo la sua terra, Nelson da afroamericano sta combattendo per un paese che lo maltratta quotidianamente.
Siamo quindi ancora alla seconda domanda del film: perché il soldato ha accettato di essere lì? Intorno ha solo bianchi di classi disagiate, altri afroamericani e ispanici. I vietcong non gli hanno fatto nulla. Arriva al blocco totale, non riesce a capire se continuare a sparare oppure no, ma soprattutto se potrà perdonarsi per le atrocità già commesse.
Tsukamoto, al suo solito, semina spunti interessantissimi. Si perde però nel ritratto dell’uomo dopo il soldato, paradossalmente non riesce a riproporre esattamente quella che è la vittoria di Nelson: raccontare la sua storia, dopo averla vissuta. Il film rimane l’ennesimo tassello di un concorso veneziano aperto più del solito all’analisi delle contraddizioni e soprattutto delle colpe occidentali in giro per il mondo. Un fil rouge che, si spera, possa aiutare anche per le dolorose questioni del nostro presente.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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