Il delitto Pasolini è stato politico. Un doc per sottrarlo alla penombra dove destra e sinistra si confondono

Nel centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, è stato presentato alla diciassettesima Festa del Cinema di Roma il doc “Pasolini. Cronologia di un delitto politico” di Paolo Fiore Angelini, liberamente ispirato al libro Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi. Un film che ripercorre le tante domande ancora senza risposta e la mancata giustizia sull’assassinio dello scrittore-regista il 2 novembre 1975. Ribadendone la matrice politica nel senso più ampio, come il crimine impunito di una società intera, (già) neocapitalista e (ancora) clerico-fascista, contro un intellettuale pericolosamente irregolare. Il cui delitto si è voluto lasciare in «quell’atroce penombra dove destra e sinistra si confondono»…

«Tutto era alterato, tutto era diverso e nulla coincideva»: le parole di Furio Colombo, riferite alla scena di uno dei più inquietanti ed emblematici delitti (e misteri) del Novecento italiano, l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, aprono non casualmente il documentario Pasolini. Cronologia di un omicidio politico di Paolo Fiore Angelini.

Liberamente ispirato al libro omonimo (edito da Castelvecchi) di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi, prodotto da Andrea Gambetta e Stefania Tschantret e presentato alla Festa del Cinema di Roma, il film ha già nel titolo la sua fondamentale presa di posizione, in una scena pubblica che ancora si ostina a negare la connotazione politica di quella morte, avvenuta alle prime ore del 2 novembre 1975 presso l’Idroscalo di Ostia.

Pasolini un omicidio politico. Viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975

Perché c’è chi continua a liquidare il tutto come un incontro omosessuale “finito male”, e perché questo ha avallato ipocritamente lo Stato italiano per mezzo della Corte d’appello che ha addirittura cancellato, rispetto alla sentenza di primo grado, il riferimento agli “ignoti” complici dell’unico condannato, l’allora diciassettenne Pino Pelosi.

E quel rimosso, il doc ce lo ricorda, ha significato prima di tutto fine delle indagini e loro archiviazione tra gli ingombranti punti interrogativi inevasi di quella stagione, nell’oblio del “sapere, ma non avere le prove”.

Eppure, a differenza che nel celebre articolo pasoliniano Il romanzo delle stragi, di indizi, almeno quelli, ce ne sono tanti per essere certi che il “ragazzo di vita” incriminato non possa (certamente non da solo, certamente non con la dinamica che lui stesso smentirà negli anni più recenti) aver ridotto il corpo del poeta e regista nel modo che le immagini (terribili) documentano oltre ogni equivoco e manipolazione.

Delitto politico, dunque, anzitutto nel non aver voluto, prima che potuto, arrivare coerentemente alla verità: l’ultima offesa di una società contro il suo intellettuale più eretico è in quelle (man)omissioni che, ci suggerisce la ricostruzione del film, cominciano prima ancora del ritrovamento ufficiale del cadavere.

E proseguono con l’accettazione-imposizione, in anticipo sulla (non-)verità giudiziaria, di una (ipo)tesi di comodo che liquida il fatto e la vittima stessa appiattendola alla sua sessualità non conforme.

Con la violenza dell’Italia peggiore verso coloro che ritiene “diversi”: tra gli articoli rievocati, quello di Nino Calarco che all’indomani del delitto paragona Pasolini agli aguzzini del Circeo e il presunto molestato-omicida Pelosi a Rosaria Lopez. Ma dall’altra parte molti, ancora, si fermano alla scomunica del comunista eterodosso per le sue contraddizioni (Luigi Pintor rinfaccia al fu Pasolini quella macchina da privilegiato, nonché arma del delitto, ostentata nella Roma sottoproletaria). Senza cogliere che anzitutto nelle contraddizioni, assunte (come ribadisce Dacia Maraini) sino in fondo e pagate in prima persona, sta la forza culturale del personaggio e l’irriducibile politicità della sua via crucis, di cui l’assassinio è solo l’ultimo, e più terribile atto.

Per questo il doc, a un certo punto, si concede un lungo salto indietro alla decisiva alba degli anni ’60, esordio del Pasolini regista cinematografico. Ma anche primo atto di una crisi nell’incompiuta Repubblica nata dalla Resistenza dove, a partire dal Governo Tambroni, vediamo lo spettro di una destra neofascista che tenta di colonizzare le istituzioni (e, oggi possiamo dirlo, un po’ ci è riuscita).

La stessa destra aggredisce sistematicamente (e fisicamente) Pasolini, confermandosi braccio armato dell’Italia borghese (e solo formalmente democratica) che intanto processa il cineasta per le sue opere. Non per nulla i fotogrammi su cui più insiste il film di Paolo Fiore Angelini sono quelli del Vangelo secondo Matteo, allegoria del presente e, tanto più, futuro Pasolini antagonista intellettuale di un potere farisaico e stragista.

Ovvero, il Pasolini che intensificherà la sua esposizione pubblica (anche) attraverso interventi incendiari e mai ingabbiabili nemmeno nelle coordinate di un’opposizione “ortodossa”. Il Pasolini che polemizza in versi con i sessantottini di Valle Giulia ma poi finanzia il film 12 dicembre di Lotta Continua, intuendo e denunciando sempre più l’affacciarsi di una strategia “della tensione” in cui si trovano assieme istituzioni marce ed eredi del Ventennio, vecchia cultura repressiva e nuova egemonia liberal-consumista fintamente tollerante. È il Pasolini corsaro e luterano che invoca il processo ai gerarchi DC, quello che afferma di “sapere” e che nel romanzo postumo Petrolio fa pure qualche nome.

La cronologia del doc si sofferma su tutti questi momenti per ribadire che di delitto politico si tratta, a prescindere dall’identità di esecutori e mandanti e dall’effettivo svolgersi degli eventi. Su cui le domande sono ancora tante, e il film non lo nasconde. Neofascisti e crimine organizzato hanno giocato una parte concreta? Il sospetto di rivelazioni su Eugenio Cefis in Petrolio può essere stato il movente delle alte sfere deviate (e piduiste) dello Stato? Il furto delle pellicole di Salò è servito ad attirare Pasolini “in trappola”? E lui «voleva indirettamente morire» (Goffredo Fofi) o «non voleva morire, però sfidava la morte» (Dacia Maraini)? Inquirenti, difensori, testimoni, giornalisti e studiosi intervistati non concordano sulle risposte. Ma forse non è (solo) questo il punto.

Perché, comunque siano andate le cose, è  «il clima, l’humus politico-culturale», come sostiene Guido Calvi (avvocato di parte civile nel processo Pasolini), ad aver emesso la sentenza di morte contro una figura sempre più ingombrante e irregolare della società italiana, dove il neocapitalismo rampante e rapace iniziava già a saldarsi con la pregressa matrice clerico-fascista.

E, nella pur impervia ricerca della verità (e della giustizia) per quell’assassinio, è sempre e comunque necessario ricordare che di assassinio politico si è trattato. E, si arrivi o meno all’accertamento dei responsabili, è (anche) contro gli assassini della memoria che bisogna battersi. Sottraendo il delitto Pasolini a quella che lui stesso, nel carteggio (fatale?) con Giovanni Ventura, definiva «quell’atroce penombra dove destra e sinistra si confondono».