Fedeltà o indifferenza? “Hangar rojo”, l’altro punto di vista sul golpe cileno alla Berlinale
Atterra alla Berlinale 2026 “Hangar rojo” del cileno Juan Pablo Sollato, tratto da un libro sulla sorte dei militari fedeli ad Allende durante il golpe del 1973. Una delle pochissime coproduzioni italiane nel festival tedesco e uno sguardo che prova a essere inedito sull’avvento al potere di Pinochet, visto dalla prospettiva di un militare a metà tra l’essere contro e a favore…

«Quelli sono i nostri». È la frase, forse l’unica, in Hangar rojo che rievoca una delle immagini più vivide del colpo di stato contro Salvador Allende, nel Cile del 1973. L’11 settembre, nella tarda mattinata, gli aerei dell’aviazione nazionale cilena si alzano in volo per bombardare la casa del presidente socialista, le radio e, soprattutto, la Moneda. Alla Berlinale 2026, nella sezione delle opere prime Perspective, il cileno Juan Pablo Sollato ha voluto portare, o in ogni caso provare a immaginare, uno sguardo inedito su quel giorno, che tante ripercussioni ha avuto anche sulla politica italiana.
Difatti, l’Italia lo ha coprodotto, unico paese europeo a contribuire al film (con MIC e i toscani Rain Dogs, Berta Film e Caravan). L’idea alla base è non concentrarsi su Allende e su tutta la cronologia di quella giornata, entrata per forza di cose tra le leggende della storia.
Sollato vuole invece raccontare in bianco e nero il lato di chi il golpe lo sta mettendo in atto e si preoccupa solo di non farlo fallire. L’ispirazione viene da un libro Disparen a la bandada (“sparate nel mucchio”) di Fernando Villagrán, un militante del MAPU arrestato proprio durante il golpe e che, anni dopo, si è concentrato su cosa ne sia stato dei militari fedeli al presidente.
È appunto uno di questi, il Capitano Jorge Silva, paracadutista famoso e direttore di una scuola di aviazione dell’esercito, il protagonista, a cui la macchina da presa resta pesantemente incollata per tutto il film. Silva tre anni prima del golpe aveva segnalato il complotto di un comandante per uccidere Allende, poi il governo di Unidad Popular l’aveva confinato in quella scuola, senza curarsi delle sue aspirazioni né dei suoi consigli di non fidarsi dei generali. L’11 settembre quel comandante torna nel paese e prende le redini proprio della sua scuola.
A dirla tutta, proprio il personaggio principale dimostra platealmente i limiti del film. Di buono c’è che non ce lo mostra come un eroe senza macchia, ma un soldato che, quindi, fa dell’esecuzione degli ordini la sua principale ragione di vita. Quando inizia a rendersi conto di quel che sta accadendo non solo non scappa, ma non risponde nemmeno ai tentativi disperati dei settori vicini al governo di rispondere alla sollevazione militare. Rimane al suo posto e si presta, seppure controvoglia, alle esigenze che il golpe presenta: torture, incarcerazioni, teste chinate.
Si intuisce che dovrebbe bastare questo, dal punto di vista di Sollato, a renderlo non solo estremamente interessante, ma anche in una certa misura, assolto. Il Silva reale è stato torturato a lungo e incarcerato insieme ai massimi gradi dell’esercito che si rifiutarono di cooperare con i golpisti. Su di loro, divenuti poi comprensibilmente eroi nazionali, aveva svolto le sue ricerche Villagrán per il libro. Silva nello specifico è poi riparato in Inghilterra ed è morto a Londra nel 2024, per uno strano scherzo del destino nella stessa città in cui è morto Augusto Pinochet.
Il limite di Hangar rojo è nella lettura politica del suo personaggio. La scena madre lo vede al comando di un camioncino, intento a trasportare prigionieri dall’hangar delle torture (da cui il titolo del film) al tristemente noto stadio di Santiago. Gli ordini prevedono anche di fermarsi durante il tragitto e ammazzare sul posto due militanti del MAPU, tra cui Villagrán, dicendo poi che l’esecuzione si doveva a un tentativo di fuga. Silva invece tira dritto, non prima di aver pestato il sottoposto che provava a costringerlo a eseguire le direttive.
Se è vero che il mondo non assomiglia alle favole e che nemmeno gli eroi più fulgidi sono immacolati, è anche vero che in un momento storico in cui il fascismo rialza prepotentemente la testa mantenere la manica larga con i giudizi può costare caro. Non è un tema solo italiano, in Cile si insedierà a breve José Antonio Kast, figlio di un soldato nazista e dichiarato ammiratore di Pinochet. Il nostro presente ci impone uno sguardo più severo. Quando vediamo Silva passare, senza dir nulla, davanti ai commilitoni intenti a preparare le torture che disapprova, non possiamo pensare fino in fondo che sia assolto. Qualcuno che dalle torture è passato davvero, d’altronde, ci ha lasciato scritto di diffidare degli indifferenti.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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