“Il mio popolo che ogni giorno muore un po’ di più”. L’intervento delle regista iraniana Sepideh Farsi

Stretto nella morsa tra i raid americani ripresi nel Sud del paese e il regime che reprime e compie esecuzioni ogni giorno, il popolo iraniano è il grande sconfitto di questa guerra senza fine. Così sottolinea la regista Sepideh Farsi in questo suo appello per rompere il silenzio, pubblicato su Libération il 21-7-2026 …

Da tempo il sonno non è più un rifugio, ma solo l’intervallo tra due brutte notizie. La settimana scorsa sono state particolarmente brutte. L’accordo di cessate il fuoco agonizzante tra Trump e chi si nasconde dietro il fantasma di Mojtaba Khamenei è saltato in aria.

Bombardamenti di infrastrutture civili iraniane da parte degli Stati Uniti da una settimana, poi le rappresaglie iraniane su basi militari americane nei paesi del Golfo e in Giordania. Poche brevi nei notiziari che non dicono nulla dei danni gravissimi subiti dagli iraniani.

Nel Sud dell’Iran, da Bandar Abbas a Bushehr, ma anche nel Baluchistan, le distruzioni sono massicce, le interruzioni di corrente frequenti e i morti civili numerosi e ignorati. Mentre gli iraniani subiscono direttamente questi attacchi esterni con tutto ciò che comportano per la loro vita quotidiana, devono anche affrontare le minacce che il regime iraniano fa pesare su ogni cittadino minimamente disobbediente.

L’ondata di esecuzioni di prigionieri, tra cui molti detenuti politici, si è accelerata dopo il cessate il fuoco di inizio aprile. Solo per giugno si sono contate 101 esecuzioni, portando il totale a 401 nel primo semestre del 2026, secondo Iran Human Rights.

In Kurdistan, il regime ha condotto diversi attacchi con missili e droni contro i militanti curdi, di cui una ventina uccisi in due settimane: nove del Partito Komala, quattro membri del PJAK e sei del Partito Democratico del Kurdistan.

Nel resto del paese gli arresti si moltiplicano: quelli degli ambientalisti Sepideh Kashani e Hooman Jokar, il 2 luglio, quello di Sepideh Abtahi, documentarista, e tanti altri che non riesco a nominare per mancanza di spazio.

L’eliminazione di Ali Khamenei il 28 febbraio, in un raid israelo-americano, ha posto fine a trentasette anni di regno di questo mediocre predicatore originario di Mashhad, diventato Guida suprema suo malgrado alla morte di Khomeini nel 1989. Il fasto delle cerimonie funebri, la loro organizzazione a spese pubbliche per i “fedeli” e le false lacrime versate dai dignitari del regime non sono bastate a dissimulare l’avversione che la grande maggioranza degli iraniani e delle iraniane prova per quest’uomo, simbolo della tirannia del regime.

Né a far dimenticare i massacri che aveva ordinato nel gennaio 2026, quando le forze dell’ordine aprirono il fuoco su persone scese in strada per reclamare una vita migliore e la fine del regime. L’8 e il 9 gennaio, diverse migliaia, forse più di una decina di migliaia di manifestanti furono massacrati, e le famiglie hanno dovuto pagare il prezzo dei proiettili per recuperare il corpo dei loro cari.

L’avversione degli iraniani per Khamenei non toglie nulla alla natura illegale degli attacchi israelo-americani, in violazione totale del diritto internazionale, né all’assurdità di questa guerra lanciata contro ogni buon senso, che non ha avuto altro risultato che rafforzare il regime iraniano e risolvere il dilemma della successione di Khamenei per il regime stesso, guerra poi estesasi al Libano, distruggendo intere zone del Sud Libano e di Beirut. Nessuno osò mettere in dubbio la scelta del successore nella persona di Mojtaba Khamenei, nonostante la manifesta mancanza di legittimità di quest’ultimo.

Le voci su un’imminente acquisizione della bomba nucleare da parte dell’Iran si sono rivelate false, ma questo episodio ha precipitato l’intero pianeta in un caos economico tale che ormai non si parla più nemmeno delle vittime iraniane. Stimate tra 3.500 e 5.400 civili, di cui molti bambini, a cominciare dalle quasi 200 scolare di Minab uccise la mattina del 28 febbraio in un raid americano.

Una guerra senza scopo e quindi senza fine, di cui nessuno vuole assumersi la responsabilità dei danni, né chi ha lanciato le bombe né chi le ha reclamate, cioè Reza Pahlavi e i suoi sostenitori, che hanno danzato nelle capitali occidentali per celebrare gli attacchi stranieri contro il proprio paese.

La minaccia da tempo brandita dal regime iraniano di chiudere lo stretto di Hormuz è diventata realtà, e le rivendicazioni del popolo iraniano sono state cancellate dall’equazione. Ora le due parti si contendono il diritto di passaggio delle navi che transitano nello stretto di Hormuz. Il tutto per finire con un annuncio di Trump, che intende gestire lo stretto lui stesso e far pagare il 20% del valore delle merci che vi transitano. In base a quale diritto? Nessuno glielo chiede.

Dal sollevamento popolare di fine dicembre, in Iran l’economia va ancora peggio di prima. Il corso del toman rispetto alle valute straniere è ricrollato dopo le nuove ostilità di inizio luglio. E la guerra non ha migliorato le cose, poiché i raid israelo-americani hanno distrutto molti dei siti produttivi strategici, tra cui la siderurgia e il farmaceutico, facendo impennare il numero di disoccupati.

La situazione degli iraniani è drammatica e il regime non la ignora. Secondo uno studio commissionato dall’ufficio del presidente iraniano, i cui dettagli sono trapelati di recente sui social network, l’80% degli iraniani fatica a nutrirsi correttamente, il 75% non riesce più a trovare i medicinali necessari per curarsi, l’80% dichiara di non sostenere né la guerra né il regime, e lo studio li descrive come “viventi nell’angoscia”.

Questa guerra ha sconvolto l’intera economia mondiale, in crisi a causa del prezzo di vendita del petrolio. Unica eccezione: la fortuna personale di Donald Trump, aumentata di 2,2 miliardi di dollari dal 2025.

Secondo Donald Trump, che è riuscito a far esplodere la finestra di Overton, parlando senza remore di “annientamento di una civiltà”, la vittoria degli Stati Uniti è incontestabile. E il regime iraniano, con a capo una Guida suprema fantasma, pretende lo stesso con altrettanto fervore.

La somma di queste due vittorie dà un grande sconfitto: il popolo iraniano, che ogni giorno muore un po’ di più.


Sepideh Farsi

Regista della diaspora iraniana da decenni attiva in Francia, attraverso documentari e film dove le donne sono protagoniste. Tra i suoi titoli più recenti "Your Soul On Your Hand and Walk", doc manifesto in memoria di Fatma Hassona, la giovane fotoreporter uccisa a Gaza dagli israeliani.

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