La voce di “Etty” (Hillesum) fra i lager di ieri e di oggi. La miniserie dai diari della scrittrice morta ad Auschwitz
Presentata al cinema Nuovo Sacher di Roma (dopo l’anteprima a Venezia 82) la miniserie “Etty”, del regista israeliano (oppositore di Netanyahu) Hagai Levi. A partire dai diari di Etty Hillesum (pubblicati in Italia da Adelphi) il sofferto percorso psicologico e spirituale della scrittrice ebrea olandese, morta a 29 anni ad Auschwitz. E, senza mostrare i lager, rievoca la Shoah contaminandola col presente, per alludere agli orrori di oggi. Di fronte ai quali la protagonista offre una radicale alternativa nonviolenta. La serie è in attesa di una distribuzione …

«È come se stessi in piedi sulle mura del palazzo della Storia», dice Etty Hillesum, o semplicemente Etty, nome che dà il titolo alla serie in sei puntate scritta e diretta da Hagai Levi, al Cinema Nuovo Sacher di Roma il 6 e 7 maggio (tre puntate a serata) dopo l’anteprima all’82ma Mostra del Cinema di Venezia.
Al centro c’è appunto la scrittrice che morì ventinovenne nei campi di sterminio nazisti, come molti suoi parenti e altri 105.000 ebrei olandesi (il 75 % della popolazione ebraica del Paese, ci viene ricordato). Il pensiero della donna e autrice, però, sopravvive ai suoi carnefici, nella forma di diari scritti tra il 1941 e il 1943, pubblicati per la prima volta nel 1980 (in Italia sono editi da Adelphi) e letti da milioni di persone nel mondo.

Tra queste, c’è lo stesso Levi, già noto per altre produzioni televisive (incluse BeTipul, format originale di In Treatment, e Scene da un matrimonio, dall’omonima miniserie di Ingmar Bergman e selezionata anch’essa al Lido, nel 2021).
Il regista, israeliano di origine italiana (suo nonno era il musicologo Leo Levi), ha trovato nelle pagine di Etty Hillesum «un nuovo senso della fede, al di là della religione istituzionale», il «viaggio interiore di una giovane donna moderna, libera, spiritosa e sensuale» e un nucleo di idee che «devono irrompere nella nostra realtà vissuta, soprattutto dopo gli orrori che hanno scosso il mondo di così tante persone negli ultimi due anni».
Il riferimento neanche troppo velato è a quanto accaduto in Palestina a partire dal 7 ottobre 2023 (non che i soprusi coloniali dello Stato sionista siano iniziati con gli attacchi di Hamas…). Ed è inevitabile, ponendosi di fronte a Etty, interrogarsi non solo su come e perché rappresentare ancora sullo schermo l’Olocausto, dopo ottant’anni di cinema che lo hanno documentato, indagato, rievocato in tanti modi diversi (dai filmati di Alfred Hitchcock nei veri lager allo Schindler’s List spielberghiano passando per Shoah di Claude Lanzmann), ma anche e soprattutto su come sottrarre l’imprescindibile memoria di quell’emblematico orrore al rischio di strumentalizzazioni, in un presente dove i genocidi continuano (i gazawi, appunto, ne sanno qualcosa) e la nozione di antisemitismo viene non di rado manipolata per reprimere la lotta contro i crimini di Israele.
Tra chi di recente ha saputo rispondere, brillantemente, a entrambi i dilemmi c’è stato Jonathan Glazer col suo sconvolgente La zona d’interesse, dove lo sterminio è osservato come il macabro reality sulla famiglia di chi gestiva la macchina di morte ad Auschwitz, e che porta avanti la sua mostruosa normalità borghese incurante di grida e spari nel campo distante pochi metri, spartendosi anzi le merci degli internati. Che quei personaggi siamo o rischiamo di essere noi, secondo il nostro grado di indifferenza e complicità col sistema stragista di cui facciamo parte, lo aveva precisato lo stesso Glazer nel suo discorso agli Oscar, rifiutando «la strumentalizzazione della propria ebraicità e dell’Olocausto da parte di un’occupazione che ha portato al conflitto per tante persone innocenti».
Proprio il film di Glazer è tra le ispirazioni dichiarate di Levi, unito al collega dalla condanna di quello che definisce il «regime» oggi al potere nel suo Paese, e fermo nell’intenzione di non voler girare Etty come un convenzionale period drama: saltano infatti agli occhi, nella messa in scena, i vari elementi volutamente anacronistici (dai telefoni ai treni) che creano un cortocircuito tra la Amsterdam occupata dai nazisti e l’oggi. Una scelta che si assume il rischio di alimentare la confusione dei dati storici nell’ambiguo “eterno presente” postmoderno, ma che ha il merito di rimarcare alcuni inquietanti “corsi e ricorsi”, come l’ascesa delle estreme destre europee (alimentate dalle derive del capitalismo) in entrambe le epoche, e il relativo clima di montante disumanizzazione dell’altro.
Se l’impatto di lavori come il citato La zona d’interesse resta comunque lontano, la miniserie ha la sua forza nella protagonista, interpretata da Julia Windischbauer. E narrataci da Levi nel suo sofferto percorso di analisi e rinascita psicologica, esistenziale, spirituale, mentre per contrasto le prevaricazioni razziste che preludono alla deportazione si fanno sempre più numerose e soffocanti. Ma lei, a partire dalla frequentazione (che diventa complessa e intensa relazione) con lo psico-chirologo Julius Spier (Sebastian Koch) per fare fronte ai propri disturbi d’ansia e depressione, raggiunge progressivamente un’autonomia interiore che opporrà come arma nonviolenta a chi tenta di portarle via la dignità insieme alla libertà materiale. «Ogni cosa che perdo è una cosa in meno da perdere», afferma la donna, la cui visione arriva a scandalizzare, come apparente resa di fronte al male, l’amico socialista Klaas (Gijs Naber), mentre registra clandestinamente con lei il talk politico-letterario Il filo rosso.
E però la spiritualità di Etty, tutt’altro che confessionale (il Dio di cui parla è una «voce interiore»), tra rimandi alle filosofie orientali e tormentata sensibilità dostoevskijana (fra i libri che la donna, di origine russa per parte di madre, porterà con sé nel finale c’è L’idiota), si traduce in solidarietà attiva. Arrivando sino alla scelta di trasferirsi come volontaria al campo di Westerbrook (pur essendone dispensata grazie all’impiego privilegiato ottenuto nel Consiglio Ebraico) per aiutare le persone deportate, nella determinazione a «essere una benda su molte ferite».
Così si chiude la miniserie, che non arriva a mostrarci i lager, ma ne evoca l’atrocità direttamente e indirettamente, nella progressiva spoliazione di diritti che scandisce le puntate (impressionante il corteo di biciclette che dovranno essere rottamate) e nella disperata corsa di ultimi e penultimi ad accaparrarsi con ogni mezzo i posti limitati che, credono, li salveranno dalla tragica partenza. In questo inferno tutto terreno, la voce di Etty Hillesum, comunque ci si ponga di fronte ad essa, è una destabilizzante alternativa al circolo autodistruttivo in cui siamo ingabbiati, ieri come adesso.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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