L’America (post-apocalittica) ricomincia da un cane. In sala “The Dog Stars”, la nuova distopia di Ridley Scott
Al cinema dal 26 agosto (per Disney) il lungometraggio che Ridley Scott ha tratto dal romanzo di Peter Heller “Le stelle del cane”. Nel 2035, il pilota ed ex meccanico Hig (Jacob Elordi) e il suo affezionato pastore belga, Jaspers, si muovono negli USA devastati e disumanizzati dalla pandemia. Intorno a loro altri sopravvissuti, in un film (girato in Italia) che ci rimanda ancora una volta alla crisi d’identità dell’America odierna (e a come, forse, uscirne). Ma l’allegoria risulta a tratti ambigua e derivativa, con uno Scott poco ispirato che, stavolta, non riesce a contaminare e rivisitare con efficacia i generi…

Il cane è sempre il migliore amico dell’uomo, anche quando ci troviamo in un 2035 post-apocalittico dove di umano è rimasto ben poco. S’intitola non per nulla Le stelle del cane l’edizione italiana Bompiani di The Dog Stars, il romanzo di Peter Heller del 2012 da cui l’ottantottenne Ridley Scott ha tratto il suo trentesimo lungometraggio, nelle nostre sale per Walt Disney Company Italia come The Dog Stars – Le stelle dopo la fine.
Benché affezionarsi a qualcuno sia molto pericoloso in questi USA di dopodomani, devastati da una pandemia (i no-vax del presente, anche tra i banchi dell’amministrazione Trump, stanno preparando il terreno) e visitati da incursioni di brutali razziatori, il protagonista Hig (Jacob Elordi) è inseparabile dal pastore belga Jaspers (ribattezzando con lo stesso nome una costellazione visibile dal suo rifugio). Insieme, un po’ sulle orme di Will Smith e della cagna Sam di Io sono leggenda, si recano in perlustrazione tra le rovine di quella che un tempo era la città di Denver, utilizzando per spostarsi un vecchio aeroplano Cessna.

L’altro compagno di sopravvivenza di Hig è il più anziano e duro Bangley (Josh Brolin) che, a differenza dell’altro, si è adattato sin troppo bene al nuovo contesto da homo homini lupus, presidiando la loro oasi con un arsenale da guerra e sparando senza molte cerimonie a chiunque si avvicini alla propria tana con qualcosa di simile a un’arma. «A te piace questa merda», lo rimprovera il compagno più giovane, che invece, da ex meccanico, era abituato ad aggiustare le cose, non a distruggerle. E, seguendo un misterioso messaggio radio, medita di partire alla volta di Grand Junction, dove spera di trovare una rinata civiltà.
Darà seguito al suo proposito solo dopo la morte dell’amato quadrupede in un attacco. Ma lo attende più di una sorpresa nel suo percorso indicato come “verso Ovest”, qualora non si fosse capito che il mondo di The Dog Stars sta ad allegorizzare la crisi odierna dell’identità a stelle e strisce e dei suoi miti, a partire da quello della frontiera. E in questo arriva buon ultimo dopo tante altre distopie (con la realtà sempre a un passo dal superare la fantasia), ma Ridley Scott ultimo non lo è affatto parlando di futuri catastrofici, avendocene offerto uno dei più memorabili in Blade Runner (dal libro di Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche?).
Qui, però, il regista inglese (su sceneggiatura di Mark L. Smith) ci appare poco ispirato, o comunque non in grado di tradurre efficacemente gli spunti in una rappresentazione solida e convincente. Se l’intento di fondo era suggerire che l’unica vera rifondazione possibile della nazione statunitense non stia in un viaggio di ricolonizzazione salvifica ma nella riscoperta delle proprie radici comunitarie (un ruolo chiave lo giocherà l’indifeso gruppo mennonita a cui Hig presta aiuto), alcuni passaggi sembrano più usciti dal brutto sogno di un repubblicano (una delle bande di anonimi aggressori ricorda gli indiani d’America, laddove gli eroi o antieroi del caso, stavolta, sono tutti bianchi).
Ma soprattutto, non serve pretendere che Scott sia all’altezza dei suoi apici passati (o di validissime prove recenti, spesso sottovalutate come il noir The Counselor scritto da Cormac McCarthy o il dramma medievale, e femminista, The Last Duel) per rendersi conto che stavolta a non funzionare sono proprio l’ibridazione e il rinnovamento dei generi. Ovvero, uno dei tradizionali punti di forza del cineasta, dall’incontro di fantascienza e horror in Alien al peplum postmoderno del Gladiatore, passando per il road movie dalla parte delle donne Thelma & Louise.
Anche The Dog Stars prova a ridefinire e combinare i codici del racconto cinematografico, tentando un approccio anticlimatico e quasi minimalista alla distopia neo-western, che al barocchismo futuristico preferisce i paesaggi naturali, spesso italiani (le riprese si sono svolte tra Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Abruzzo e Lazio). Ma il risultato è squilibrato più che suggestivo, alternando momenti action quasi videoludici a lunghe pause liricheggianti, la principale dedicata al rapporto tra Hig, la studentessa di medicina Cima (Margaret Qualley) e il diffidente padre “Pops” (Guy Pearce).
Il risultato è un apologo stanco, dove i momenti di maggiore impatto ricordano un po’ troppo altri film, dal già citato Io sono leggenda a Mad Max e 28 giorni dopo. E noi, quando è così, non possiamo non pensare a quando Scott, nel mostrarci l’incubo di come potremmo diventare, sapeva anche farci vedere e sognare cose “che noi umani non potremmo immaginarci”…
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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