Le idee di (Carlo) Rivolta non sono mai morte. Marco Turco le fa rivivere nel suo bel doc ora in sala

Arriva in sala dal 4 aprile e dal 6 aprile al Farnese di Roma (con Luce Cinecittà) “La generazione perduta” di Marco Turco, potente documentario dedicato a Carlo Rivolta, il giovane e bravissimo cronista di “Repubblica” che seguì gli anni difficili attorno al ’77, l’arrivo nelle piazze, nelle periferie, “dentro” il movimento, dell’eroina. Il suo affermarsi, il suo lasciare solo macerie dopo il passaggio. Anche Carlo Rivolta ne fu travolto. E morì suicida, probabilmente. Presentato al TFF …

La stagione più cupa, la stagione dei sogni – “troppo grandi, impossibili” -, la stagione delle rivolte. E non suoni come una stupida citazione dell’assonanza vecchia di quarantacinque anni, anche la stagione di Carlo Rivolta. Il giovane e bravissimo cronista di Repubblica – che seguì quegli anni difficili attorno al ’77, “un po’ dentro, un po’ fuori quel movimento” –, morto suicida. Probabilmente suicida.

Una stagione ormai analizzata, sviscerata, studiata, sezionata da sociologi, filosofi, politici. Meno, però, affrontata dall’angolo di visuale offerto dal film (un documentario, in realtà): La generazione perduta, di Marco Turco (scritto dal regista insieme a Wu Ming2 e Vania Del Borgo). Che racconta in un’ora e mezza l’arrivo, nelle piazze, nelle periferie, “dentro” quel movimento, dell’eroina. Il suo affermarsi, il suo lasciare solo macerie dopo il passaggio.

E non è mai facile raccontare un periodo, un periodo storico così denso, così contraddittorio intrecciandolo alla storia di un protagonista. Non è mai facile ma stavolta lo è: perché Carlo Rivolta è stato un tutt’uno con quelle lacerazioni, con quelle aspirazioni così radicali – nessuno, neanche nel film, le chiama utopie –, con quella disperazione.

Lui, il giovane cronista comincia a lavorare alla creazione giornalistica di Eugenio Scalfari. Che, come racconta la sua compagna Emanuele Porti, gli fece da padre. Un giornale, perché negarlo?, che all’epoca trasformò di colpo il paludato panorama dell’editoria nazionale, scoprendo – riscoprendo dopo decenni – il racconto del paese e del Palazzo lontano dai comunicati ufficiali.

È lo stile di Carlo Rivolta. Che subito deve fare i conti con l’esplodere del movimento del ’77, dell’Autonomia operaia, dei cortei che finiscono sempre con pesanti scontri. Un mondo, quello del movimento, che non gli è estraneo, che frequenta, conosce.
E proprio per questo, le sue cronache, i suoi racconti sono diverse da tutto gli altri giornali nazionali.

Di qua il Corriere, La Stampa, La Nazione, Il Messaggero, l’Unità – sì, anche l’Unità – e tutti gli altri che parlano sempre e solo di provocatori assoldati non si sa bene da chi; di là solo lui. Che svela le violenze della polizia, che ascolta e ripropone le ragioni di quell’esplosione. In un paese bloccato, paralizzato dalla crisi e dalla mancanza di futuro, un paese dove l’opposizione politica – che sta per diventare “non opposizione” – si ferma alla retorica.

E qui, in questo quadro, arriva l’eroina. Enrico Deaglio, direttore di Lotta Continua all’epoca, e con lui tanti altri, vede le siringhe e la dipendenza come un piano, un piano preordinato. Esattamente come avvenne in America, un decennio e mezzo prima, per annientare quel movimento dei Black Panters che stava radicandosi in modo troppo “pericoloso”.

La voce off del film offre una lettura forse più superficiale, spiegando che l’eroina è frutto di quella parola d’ordine, “il personale è politico”, che invece fu la grande lezione del femminismo in quegli anni. E che al limite avrebbe dovuto rappresentare un argine all’eroina.

Ma sono dettagli. Perché attraverso i suoi diari, i diari di Rivolta, attraverso le parole degli amici, dei figli della compagna, attraverso le interviste di repertorio a ragazzi tossicodipendenti, dal film viene fuori il quadro di una generazione stretta, troppo stretta. Soffocata, da un’omologazione che dalla politica – erano gli anni dei governi di unità nazionale, comprensivi del Pci – si trasportava nella vita, nella vita di ogni giorno. E una via d’uscita sembrava l’eroina.

Carlo Rivolta ne comprese subito, immediatamente il pericolo. Fece lunghe inchieste – lui consumatore abituale di cannabis – spiegando e rispiegando come il proibizionismo per le droghe leggere era un’assurdità controproducente già all’epoca, spiegando e rispiegando perché lo stigma e l’abbandono da parte dello stato di chi era rimasto coinvolto nell’eroina avrebbe portato un pezzo di quei ragazzi dritti alla morte.

Era preoccupato, quasi angosciato. Ma non aveva mai smesso il suo impegno nel raccontare anche la politica giovanile. Curioso, attento. Disponibile sempre, con tutti. Gentile. Anche con chi non contava nulla. Come chi scrive queste righe che una volta davanti al Senato, in uno di quei sabati di scontri romani che seguiva per lavoro, si trovò accerchiato da agenti, ancora senza tesserino professionale da giornalista. Ma lui, Carlo Rivolta – che tutti conoscevano – intervenne, spiegando che ero un collega e che mi lasciassero andare.

Quella gentilezza, quel rispetto che altri gli negarono. Sì, in uno dei giorni più difficili di Roma con il solito finale drammatico, Rivolta scrisse come sempre la sua cronaca. Seria, dettagliata, raccontò gli agenti in borghese, raccontò delle cariche poliziesche senza motivo. Ma in un passaggio introdusse anche un dubbio: che una parte di quel corteo, una parte, volesse anche lei cercare lo scontro. Per marginalizzare le altre componenti di quel movimento.

Tanto bastò perché gli amici di ieri, lo definissero traditore, spia. Da qui gli slogan nelle piazze – appunto il vecchio gioco di parole a cui si accennava all’inizio; mutuata su una canzone di Paolo Pietrangeli cantavano: “le idee di Rivolta non sono mai molte” –, fino addirittura alle minacce.

Lo ferirono. Si sentì isolato. Poi, il rapimento Moro. Fu uno dei primi ad arrivare in via Fani, fu uno dei primi a smettere di seguire il caso. Lui, era convinto che la “linea della fermezza”, quella sostenuta da quasi l’intero arco delle forze politiche, significasse solo la condanna a morte del leader della Dc. Voleva una trattativa, voleva che si salvasse una vita. Firmò un appello di intellettuali pubblicato su Lotta Continua perché si cercasse una strada. Repubblica di Scalfari seguì invece la linea della maggioranza dei partiti, e gli costò l’incarico.

Poi, l’arresto per la marijuana, pochi giorni in carcere. Poi, le inchieste, le altre inchieste sull’eroina.
I colleghi, con una ritrosia un po’ formale, raccontano che l’inizio dell’uso dell’eroina per lui “fu a fini professionali”. La usava per scriverne con più competenza. Forse.
Ma forse ci arrivò perché tutto – tutto, tutto – gli era crollato: la politica, gli amici, il lavoro. Le sue passioni. Perché lui, lo ripete due volte la compagna di allora, “era fuori ma era anche dentro quello di cui si occupava”.

Il resto è cronaca: la dipendenza, la fine della relazione con la sua compagna, l’uscita da Repubblica, l’arrivo – per pochissimo tempo – a Lotta Continua. La scelta di farla finita, annunciata, colta dagli amici. Mai smentita. Fino a quella sera, quando, distrutto si sporge dalla finestra dove abita con un amico e cade. Il suo amico, Luca Del Re, con un filo di voce, spiega: “Anche in quell’occasione Carlo ha fatto come sempre: solo quello che aveva deciso di fare”.
Gli altri, i tanti altri del film hanno avuto una sorte diversa. Non hanno scelto come finirla, sono stati divorati dall’eroina. E dalla marginalità alla quale sono stati e sono costretti.


Stefano Bocconetti

giornalista e romanista