“Molly’s game”, tutto il piacere del cinema americano

In sala dal 19 aprile (per 01), “Molly’s game” di Aaron Sorkin, dall’omonimo romanzo autobiografico della stessa Molly Bloom (Rizzoli), promessa dello sci americano diventata la regina del poker clandestino. Una storia di ascesa e caduta che rispolvera il mito fondativo del “self made man”. Tanto di cappello a un film dove, tra l’altro, funziona bene l’intreccio tra pellicola e libro, inteso come parte integrante più che fonte di ispirazione della storia. Ottima Jessica Chastain nei panni della protagonista. Da vedere …

Jessica Chastain e Idris Elba

Tanto di cappello al cinema americano, che riesce a sfornare ottimi prodotti quando ricorre a format più che sperimentati e a cliché di successo, spianando il terreno a una serie di nuovi attori senza però dimenticare le vecchie glorie.

In questo caso si tratta del film Molly’s game, scritto e diretto da Aaron Sorkin (Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per The social network e vincitore di cinque Emmy per la serie tv, The best wing) e tratto dall’omonimo libro (leggi la recensione di Gabriele Trama) di Molly Bloom (Rizzoli).

La storia (vera) è quella appunto di Molly Bloom, promessa dello sci freestyle americano costretta a lasciare le competizioni ad alto livello in seguito a un incidente durante una gara. Dopo avere cambiato città e progetti di vita, Molly inizia quasi per caso una carriera nell’organizzazione del gioco d’azzardo, il poker clandestino in particolare, che coinvolge una serie di noti personaggi degli affari, dello sport e dello spettacolo.

In dieci anni Molly vive da protagonista in un mondo irreale di hotel di lusso, soldi facili, droga e adrenalina, sfiorando sempre il limite della caduta nell’abisso ma riuscendo a gestire efficacemente un ambiente dominato dai maschi e dalla legge impietosa del denaro.

Finché incrocia la strada con la mafia russa, su cui l’Fbi ha puntato gli occhi da tempo. I due fattori combinati producono prima il pestaggio e la rovina economica della regina delle bische clandestine d’alto bordo, poi il suo arresto per violazione delle leggi contro il gioco d’azzardo e il sequestro dell’enorme fortuna accumulata. Molly sarà costretta a chiedere l’aiuto di un avvocato di grido, prima riluttante ma poi sempre più convinto, per difendere le sue ragioni in tribunale.

Come è facile intuire, si tratta di una storia di ascesa, caduta e “seconda possibilità” che rispolvera il mito fondativo del “self made man”, tornato in auge in epoca trumpiana ma sempre caro al cinema americano. Basti pensare a Il Grande Gatsby ma anche al più recente, The wolf of Wall street di Martin Scorsese, al cui stile registico Sorkin si richiama apertamente, entrambi i film usciti peraltro al tempo di Obama.

Sorkin arricchisce la storia con qualche risvolto psicanalitico che non solo non appesantisce la trama ma dà modo a Kevin Costner di impersonare in modo convincente la parte del padre della protagonista (un’ottima Jessica Chastain). Tra l’altro funziona bene – cosa non facile e nient’affatto scontata – l’intreccio tra film e libro, inteso come parte integrante più che fonte di ispirazione della storia narrata.

Da citare infine una battuta della protagonista mentre sta spiegando infervorata le sue ragioni all’avvocato: “I mafiosi russi erano tutt’altro che riconoscibili quando venivano a giocare ai miei tavoli – dice –. Fossero stati mafiosi italiani l’avrei capito subito”. Chissà cosa avrà voluto dire…


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore


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