Politica&corruzione. La “tangentopoli” spagnola diventa un thriller

In sala dal 5 settembre (per Movies Inspired), “Il regno” di Rodrigo Sorogoyen, divenuto un caso in Spagna con sette Goya vinti. Un thriller incalzante che, a partire dalla vita di “successo” di un politico regionale corrotto, svela “il regno” del malaffare che governa in modo trasversale l’intera classe politica e l’intero paese…

 

Nel film spagnolo di Rodrigo Sorogoyen Il regno, Manuel Gómez Vidal (un bravissimo Antonio La Torre) è un politico vicesegretario regionale di successo, che conduce una vita agiata, ha una bella moglie (Monica Lopez) e una figlia che lo adora (Maria De Nati). Vidal è un uomo che si è fatto da sé, con poca istruzione, ma con grande acume ed è devoto al Presidente della Regione (José Maria Pou) di cui si vocifera ne sarà addirittura il successore.

Vidal e i suoi compagni di partito sono altresì esempi di corruzione, concussi e concussori, legati a imprenditori e costruttori. In tredici anni Vidal ha messo da parte una fortuna, di cui molti soldi sono stati mandati in Svizzera.

Siamo sulla costa spagnola, presumibilmente a Valencia, nell’epoca in cui si iniziava ad usare gli iPhone per registrare le vite private dei personaggi pubblici. Significative sono le scene delle cene lussuose, in particolare quella iniziale. Lussuosi edifici con la piscina sul tetto sono il frutto di urbanizzazione di dubbia legalità, mentre la villa del Presidente della Regione in cemento armato e legno è sicuramente progettata da un architetto moderno. Ma la scena più clamorosa è quella ripresa dal telefonino sul motoscafo Amadeus dove imprenditori e politici (non ricorda il caso Formigoni?) brindano insieme e si scambiano regali costosi come orologi d’oro o dispendiose penne.

Come ha fatto Vidal così molti altri, tra cui un certo Paco (Nacho Fresneda) che si rivelerà, però, l’anello debole della catena: una volta arrestato, infatti, accuserà proprio il vicesegretario regionale segnando l’inizio del declino di Manuel. Abbandonato dai compagni di partito, Vidal si metterà alla ricerca di prove per far saltare il banco e rivelare l’intero sistema di corruzione esteso ad ogni partito e all’intero paese, trovandosi totalmente isolato.

È da qui che il film – scritto da Isabel Peña e dallo stesso regista Rodrigo Sorogoyen – si trasforma in un teso thriller: Vidal dovrà temere non solo di perdere il ruolo politico e la libertà di cittadino, ma anche per la sua stessa incolumità, tanto da dover allontanere la sua famiglia.

Meno convincente forse è il j’accuse finale nei confronti dell’apparato mediatico interessato soltanto allo scandalo per fare audience, ma che in fondo rappresenta un altro “regno” privo di morale, una sorta di “cane da guardia” del potere.

Il film, diventato un vero e proprio caso in Spagna – con sette premi Goya – è girato con ritmo incalzante e con camera a mano. La musica – scritta da Oliver Arson – è serrata e ricorda quella martellante e ossessiva dei Kraftwerk, gruppo tedesco di musica elettronica della fine degli anni ’70. Trasmettendo bene l’ansia del protagonista che si ritrova a pagare come unico capro espiatorio di un sistema totalmente marcio.

Rodrigo Sorogoyen si era già fatto notare per il precedente, Che Dio ci perdoni nel 2016, con Antonio La Torre e Roberto Alamo:  riuscito ritratto di due poliziotti, tratteggiati con mano sapiente, che gli ha regalato sei Goya.