Se davvero vincessero i nazisti dell’Illinois. Come il cinema Usa ha raccontato l’assalto al Campidoglio

A guardare le immagini impressionanti dell’assalto al Campidoglio dei sostenitori di Trump sembra proprio che i nazisti dell’Illinois siano vivi e vegeti e ben più numerosi e motivati di come li avevano lasciati i “Blues Brothers”. Le macchiette che ci avevano fatto ridere 40 anni fa sono tornate ed ora spaventano. Da “Birth of a Nation” di D.W. Griffith al profetico “La seconda guerra civile americana” di Joe Dante, come il cinema a stelle e strisce ha raccontato gli umori più profondi e reazionari dell’America …

 

Inchiodati davanti alle immagini in diretta tv dell’assalto al Senato e lo scontro tra Trump e Biden una cosa appare evidente: i nazisti dell’Illinois sono vivi e vegeti. E sono infinitamente più numerosi e motivati di come li avevano lasciati i Blues Brothers quando li avevano costretti a buttarsi in un fiumiciattolo. Le macchiette che ci avevano fatto ridere sono tornate; ieri sera le abbiamo osservate sgomenti nell’atto eversivo più surreale ed agghiacciante della storia americana.

Qualcosa di simile lo avevamo visto quarant’anni fa, con il tentato golpe spagnolo del 23 febbraio ’81 quando il tenente colonnello Tejero occupò militarmente il Congresso dei deputati. E più tardi con Boris Eltsin che arringava in piedi sul carro armato nell’agosto del 1991, davanti alla Casa Bianca (!) russa; ma la cosa ci aveva impressionato meno, probabilmente per la distanza da quel mondo, abituati come eravamo alla chiusura del blocco sovietico scardinato da soli due anni.

L’altra sera però non c’era distanza, succedeva davvero e succedeva in casa nostra, tanto il rapporto con gli USA è nel nostro Dna culturale plasmato da oltre mezzo secolo di egemonia. Politicamente ed economicamente, volenti o nolenti, dipendiamo in modo stretto dalle sorti e dalle vicende americane. Conosciamo le strade di New York e di Chicago meglio di un residente per averle percorse quotidianamente in lungo e in largo grazie ad un qualsivoglia schermo. Le strade di San Francisco non hanno segreti, grazie a due guide come Karl Malden e Michael Douglas. Facciamo la coda da Starbucks per frapuccino e donuts, anche se poi torniamo sempre dal maccarone e la senape la mettiamo da parte “p’ammazzà ‘e cimici”.

Per tutto questo, ciò che abbiamo visto accadere dentro e fuori dal Senato di Washington D.C. turba in profondità. Non siamo ingenui; nessuno pensa che l’America sia ancora quella delle commedie di Frank Capra e del sorriso di Doris Day, un mondo dove l’happy ending arriva puntuale a sistemare le cose. Non è così e non lo è mai stato, se non in un certo cinema, anche quello non esente da infratesti destrorsi.

Cosa rappresenta la villetta wasp col praticello scrupolosamente rasato se non la restituzione di una precisa idea conservatrice? Dove non serve una recinzione perché se calpesti il mio prato la legge mi consente di spararti per difendere la mia proprietà inviolabile. Anche per questo c’è da chiedersi se Ricky Cunningham, dopo i nostalgici Happy Days dell’adolescenza mid-west, non si sarebbe magari arruolato tra i forsennati assalitori del Senato.

Non scopriamo ora che, per certi aspetti non trascurabili, la più grande “democrazia” del mondo non si è mai affrancata da quel Far West che ci ha propinato in tutte le salse e che oggi gli si ritorce contro in tutta la sua violenza. Non è un caso che tra i cartelli visti ieri in mano agli assalitori ne risaltasse uno con scritto “Don Wayne” e il fotomontaggio fra il mitico John col cappello da cowboy e la faccia di Trump.

Le scene già viste a Charlottesville nel 2017 e usate da Spike Lee nel suo Blackkklansman (2018) ritornano assieme ad una lunga citazione di Nascita di una nazione.  La lunga sequenza di montaggio alternato in cui  il novantunenne Harry Belafonte racconta agli attivisti che lo circondano un episodio di linciaggio a cui ha assistito da giovane, mentre in una sede del KKK si inneggia al razzismo e alla violenza guardando Birth of a Nation è una delle scene più belle e rabbrividenti che il cinema abbia mai prodotto.

Si, perché persino una pietra miliare della storia del cinema come Birth of a Nation, di D.W. Griffith (1915), presenta i membri del Ku Klux Klan come nobili e coraggiosi cavalieri pronti ad intervenire per proteggere i cittadini bianchi del Sud dalla brutalità criminale degli ex-schiavi e per salvare le donne bianche dalla loro lussuria, alimentò un’ondata di odio razziale senza precedenti. Non solo, il KKK, che era stato dichiarato una organizzazione terroristica e fuori legge nel 1871 dal presidente Ulysses Grant, l’ex-generale a capo dell’esercito dell’Unione nella Guerra Civile, rinacque in tutti gli Stati Uniti con una diffusione  senza precedenti. E negli anni ’20 raggiunse il suo culmine con milioni di affiliati, non esclusa una sezione tutta femminile.

Per quanto retoriche, le legittime domande davanti alle immagini di questo 6 gennaio sottolineano quanto più massicce siano state le forze dell’ordine schierate nello stesso luogo in occasione delle recenti manifestazioni del movimento Black Lives Matter. A Washington abbiamo visto guardie della sicurezza con le mani in tasca chiacchierare beatamente tra loro attorniate da un’incurante bolgia di sostenitori di Trump impegnati a farsi selfie fuori e dentro il Palazzo. La costituzione americana inizia col celeberrimo “We the people…”, quello visto ieri sulla CNN era il popolo a cui si rivolge il “sacro testo”?

Però qualcuno ci aveva già messo in guardia, dagli schermi. Più e meglio di tutti Joe Dante, con La seconda guerra civile americana (produzione televisiva HBO del 1997) nel quale, la bellezza di ventiquattro anni fa, si descrivevano gli Usa in un allora prossimo futuro, così tanto simile al nostro presente.

Un paese nelle mani di un politico populista, dove neri, migranti e rifugiati sono additati come la più incombente minaccia e il Presidente, il commander in chief, è il venerato oracolo delle destre più intolleranti e suprematiste. Con i mezzi d’informazione pronti a buttare benzina sul fuoco a colpi di sensazionalismi e fake news per qualche dollaro in più di audience. Un paese lacerato dove anche l’opposizione liberal si muove nelle sabbie mobili della propria timidezza e confusa indecisione con politici incapaci e, per le strade, rivolte e cittadini armati. Praticamente una fotografia dell’America di oggi scattata con una tale chirurgica preveggenza che se Joe Dante sganciasse tre numeri al lotto bisognerebbe giocarsi fino all’ultimo cent sicuri di vincere.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.


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