Un “Girotondo” perfetto nella periferia di Istanbul. Netflix contro gli integralismi (ma non del tutto)
“Ethos” otto puntate made in Turchia del regista, scrittore e drammturgo Berkun Oya che mette in scena un perfetto “Girotondo” di sentimenti in una Istanbul di periferia dove si muove un proletariato simile a quello di buona parte dell’Europa. Il tutto tra integralismo e modernismo. Considerando che in quel paese l’integralismo è il presente e il respiro laico di democrazia è storia, purtroppo. Nella sua lotta agli integralismo però Netflix potrebbe andare fino in fondo “liberando” anche il film su Gore Vidal, bloccato per il protagonista, Kevin Spacey, accusato di molestie sessuali …

Questa mattina mi sono svegliata col desiderio di ringraziare Netflix. Avevo finalmente metabolizzato l’indigestione – causa bulimico rapporto con il cinema – per cui, due giorni prima, mi ero pappata, tutte insieme, senza nemmeno pause fisiologiche, le otto puntate di Ethos.
Di rado mi era capitato di trovare un lavoro, a gusto mio, così perfetto.
Per scrittura, immagine, ritmo, musica, ambientazione. E, ciliegine non solo poggiate sulla torta, ma integrate e integranti, fatte di attori tutti straordinari. Per scelta e interpretazione.
La nuova serie tv 2020, tutta made in Turchia, girata in epoca pre-Covid (l’ormai lontano 2019), l’ha scritta e diretta Berkun Oya, noto regista, scrittore e drammaturgo turco, ora quarantaquattrenne, che ormai da più vent’anni colleziona successi non solo in patria scrivendo e mettendo in scena suoi lavori teatrali e televisivi.
Questa sua ultima opera, inizialmente definita un thriller sentimentale, si svolge in buona parte a Istanbul, senza che sia mai visibile, se non in una sola scena e quasi di sfuggita, l’ex Costantinopoli e il fascinoso Bosforo, da sempre turisticamente (era Erdogan a parte), davvero molto attraente.
Quasi tutti gli ambienti – palazzoni sfregiati da antenne e condizionatori, che poco hanno da invidiare alle nostre peggiori periferie; case o baracche contadine; interni, dove gli unici oggetti che ci fanno capire che si tratta del terzo millennio sono tv e cellulari – sono sicuramente simili a quelli del proletariato di buona parte dell’Europa, sempre più abitata, per immigrazione, da donne con testa velata che convivono e coabitano con chi la testa, non solo metaforicamente, è convinta di non averla più velata.
C’è Meryem, candida e docile ragazza (che ha il bel volto non privo di intelligente ironia di Öykü Karayel) che tutti i giorni lascia la villetta isolata e sgangherata – dove vive con un fratello irascibile e provato (Fatih Artman dal profilo dantesco), la cognata depressa (Funda Eryiğit) sempre pronta al suicidio e i nipotini sconcertati – e va’ a pulire la casa, (unico ambiente di moderno design) di uno scapolo di cui forse è anche un po’ innamorata.
Le capita ogni tanto di svenire e, per questo: capire e forse guarire, finisce da una psichiatra con cui instaura un immediato transfert.
La sua strizzacervelli (Defne Kayalar) raffinata borghese forse un po’ fascistella e a sua volta in crisi, si confronta con una collega insofferente (Tülin Özen) che certo non si può dire che non abbia tosti problemi dovuti alla famiglia d’origine.
C’è una disinibita attrice di soap opera di pessimo livello e dunque di grande successo.
C’è un hodja di paese, rispettato dispensatore di consigli di Allah, appassionato camperista, con moglie e unica figlia con evidenti interessi di altro tipo.
C’è una giovanotto logorroico gran lettore di Jung.
E c’è una storia dolorosa vissuta nel villaggio d’origine della cognata di Meryan.
Insomma un “Girotondo” di sentimenti di creature in squilibrato equilibrio tra passato e presente ricamate dal filo di questo sensibile racconto che in nessun modo o momento cede o strizza l’occhio al commerciale.
Il tutto tra integralismo e modernismo che, raccontato oggi in Turchia, è ancor più interessante. E in qualche modo preoccupante. Considerando che in quel paese l’integralismo è il presente e il respiro laico di democrazia è storia, purtroppo, del passato.
Ed è comunque operazione importante aprire al mondo uno sguardo su paesi o situazioni che non tutti possono dire di conoscere a fondo.
Come del resto è successo vedendo Unorthodox, altra bellissima proposta Netflix. Lavori entrambi che offrono spunti di riflessione anche su rischi non dissimili di casa nostra.
Ma in qualche modo combattere ogni forma di integralismo – mi viene da suggerire a Netflix che ho ringraziato in apertura – vuole dire, a mio avviso, togliere anche e finalmente il veto a Gore, un loro film tratto dal libro di Jay Parini Empire of Selfe, a Life of Gore Vidal, girato in Italia tra la sua Villa Rondinaia di Ravello, Capri e Roma (la produzione italiana è di Enrico Ballarin), diretto da Michael Hoffman e interpretato dal grande attore Kevin Spacey. Com’è noto accusato di molestie dal giovanotto Anthony Rapp.
Non mi risulta che nessuno vieti l’accesso alla Cappella Sistina per quel che ha fatto Michelangelo ai suoi tempi.
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