Se “Primavera” è a Natale. Con Vivaldi che guida i talenti italiani d’esportazione
In sala dal 25 dicembre (per Warner Bros Pictures) “Primavera” di Damiano Michieletto, talento internazionale della lirica. Liberamente ispirato a “Stabat Mater”, successo editoriale internazionale (e Strega 2009) di Tiziano Scarpa, il film ci porta nella Venezia settecentesca tra le orfane musiciste dell’Ospedale della Pietà, sotto la direzione di un talento – anch’esso decisamente – internazionale: Antonio Vivaldi. Con Michele Riondino e Tecla Insolia un prodotto di lusso (soprattutto) per il mercato estero. Intanto si sono perse le tracce di un altro progetto internazionale sullo stesso tema: Il “Vivaldi” del tedesco Volker Schlöndorff dal romanzo di Peter Schneider …

È una confezione natalizia di lusso questa Primavera che Warner Bros Pictures porta in sala il 25 dicembre, si è detto già, a mo’ di anti-cinepanettone. Ammesso che la definizione valga ancora a fronte di un mercato cinematografico totalmente cambiato e lo Zalone-pigliatutto in campo.
Coproduzione internazionale (per l’Italia Indigo Film) e glorie nazionali conosciute nel mondo è la formula. A partire da Antonio Vivaldi (qui col volto di Michele Riondino) che fa da catalizzatore alla storia. Storia dalle forti suggestioni, siamo nella Venezia di inizio Settecento tra le orfane musiciste dell’Ospedale della Pietà, che Tiziano Scarpa, drammaturgo, scrittore, poeta veneziano ha romanzato nel suo Stabat Mater (Einaudi) vincendo lo Strega nel 2009 e fama europea con traduzioni in più di venti paesi. La regia completa la confezione strenna: Damiano Michieletto, uno dei maggiori registi di opera lirica (molto più) celebre all’estero, applaudito e premiato a Berlino, Londra, Parigi.

Un Gianni Schicchi con Giancarlo Giannini nel 2021 è stato il suo debutto pucciniano al cinema. Primavera è il ritorno. Chissà perché pressbook e cronache lo riferiscono come esordio. Forse per creare maggior enfasi intorno a un Michieletto non ancora così pop in Italia, come invece il suo coprotagonista Vivaldi, unico tra i grandi maestri della classica ad essere finito persino nelle hit anni ’90, ballato in discoteca sulle note dei Rondò Veneziano. Mentre oggi le sue Quattro stagioni valgono sei milioni di ascoltatori mensili su Spotify.
La vera protagonista del film, come nel romanzo (epistolare), è Cecilia (la sempre brava Tecla Insolia de L’arte della gioia), orfana tra le orfane, ma diversamente dalle altre, ancora in disperata attesa della madre che l’ha abbandonata (a lei scrive ogni notte) e, soprattutto, dotata di un talento musicale prepotente. Non sfuggirà al “prete rosso”, il talento s’intende perché qui, altra nota a favore del film, non si tratta della solita storia d’amore. Sotto la protezione, la passione e la follia (primo componimento che le affida) di don Antonio, Cecilia sarà nominata primo violino. A guida di quell’orchestra di povere pute destinate a suonare col volto coperto, dietro alla grata dorata del coro, per la nobiltà danarosa veneziana. O per le feste comandate, sempre dalla nobiltà.
La concorrenza tra le altre orchestre delle Pie Istituzioni veneziane – i Derelitti, i Mendicanti e gli Incurabili – è spietata. E – ieri come oggi – tutto è una questione di sghei. Lo racconta bene Michieletto – guidato dalla felice sceneggiatura firmata da Ludovica Rampoldi – illustrandone i complessi meccanismi di finanziamento. Comprese le doti con cui le musiciste vengono date in mogli agli anziani dignitari della Serenissima. Due le condizioni: la verginità (“tutto quello che valiamo sta lì”) e la rinuncia alla musica. Cecilia sceglierà la libertà. La sua Primavera e il risveglio, anche se il costo sarà altissimo.
Bello e spietato è il Settecento a luci di candela, firmate da Daria D’Antonio (con le scenografie di Gaspare De Pascali). Bella l’atmosfera, le tensioni tra le ragazze e la severa priora (brava anche Fabrizia Sacchi), il quotidiano all’interno dell’orfanatrofio (l’annegamento dei gattini nel canale è l’incipit che non lascia spazio alla tenerezza), l’impietoso contesto storico, impietoso soprattutto per le donne e soprattutto per quelle povere.
Nessuna scivolata nel “televisivo”, ma un film di cinema dove la musica – e non poteva essere diversamente – fa la parte della leonessa. La colonna sonora firmata Fabio Massimo Capogrosso (e Vivaldi) è anche raccolta in vinile. Azzeccato e godibile Andrea Pennacchi, governatore della Pietà, il solito Stefano Accorsi in un cammeo e Riondino fa la sua parte senza strabordare. Costato quasi otto milioni di euro, Primavera è già stato venduto in 25 paesi.
Nel frattempo si sono perse le tracce di un altro progetto internazionale sullo stesso tema. Il Vivaldi del tedesco Volker Schlöndorff, Oscar per il lettarario Il tamburo di latta del ’79 e che, insieme a Francesco Piccolo – era stato annunciato lo scorso anno – starebbe lavorando all’adattamento del romanzo (inedito in Italia) Vivaldi und seine Töchter di Peter Schneider. Anche qui centrale è la storia del coro della Pietà e il suo straordinario direttore d’orchestra.
Antonio Vivaldi, “venduto a Dio” e ordinato prete a causa della malattia che l’ha minato fin da piccolo, è stato tra i musicisti del barocco più apprezzati e famosi alle corti d’Europa. Eppure finì per morire poverissimo e il suo corpo fu sepolto in una fossa comune. I suoi spartiti andarono perduti e per oltre due secoli, con loro, la sua musica dimenticata. Certo è che a raccontarlo un solo film non basta.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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