“Monsieur Aznavour”, una voce e una vita da film. Tahar Rahim è il grande chansonnier venuto dall’Armenia

È arrivato al cinema dal 18 dicembre (per Movies Inspired) “Monsieur Aznavour”, il biopic musicale di Mehdi Idir e Grand Corps Malade dedicato a Charles Aznavour, grande chansonnier e uno degli artisti più immortali di tutti i tempi. Molto belle e intense le scene dei concerti. Tahar Rahim gli da anima e corpo magnificamente. Dall’infanzia, figlio di profughi armeni al successo straordinario, passato anche dal cinema. Per finire col ruolo di ambasciatore itinerante dell’Armenia presso l’Unesco nel 1995…

Artista poliedrico – autore, compositore, interprete, attore – intimo, intenso, fragile e indistruttibile, dedito alla sua arte fino alla fine: così era Charles Aznavour, e così lo racconta in tutta semplicità l’omaggio cinematografico diretto dal cantante e regista Mehdi Idir e dal Grand Corps Malade – nome d’arte di Fabien Marsaud, poeta, cantautore e regista -, già noti per il loro sodalizio in Patients (2017) e L’amore che verrà (2020).

Molto belle e intense le scene dei concerti. La maggior parte delle oltre mille canzoni scritte e cantate in più lingue da Aznavour parlano d’amore e ogni fase della vita del Frank Sinatra di Francia – come lo definivano – viene accompagnata nella pellicola dalle note dei suoi brani più emblematici: La Bohème, Et moi dans mon coin, Tous les visages de l’amour, Non, je n’ai rien oublié, Le cabotin.

Interpreta magnificamente l’icona nazionale francese e armena il franco-algerino, anch’esso figlio di immigrati Tahar Rahim, vincitore nel 2010 del César come migliore attore per Il profeta di Jacques Audiard, falso seduttore in Don Juan (2022) di Serge Bozon e generale dell’Impero in Napoleon (2023) di Ridley Scott. Per immergersi nei personaggi accetta di trasformare il corpo fino a diventare quasi irriconoscibile sullo schermo: un serial killer “col sorriso” nella serie Netflix The Serpent e adesso Charles diventato leggenda.

Dall’infanzia, da figlio di profughi armeni che di cognome facevano Aznavourian, vissuta a Parigi in povertà all’interno di un’allegra famiglia di apolidi, fino all’ascesa e alla fama, dai trionfi ai fallimenti, da New York ai palchi di tutto il mondo, si viene a scoprire il viaggio eccezionale, dalla nascita nel 1924 fino alla scomparsa nel 2018, dell’iconico cantautore che ha costruito se stesso contro ogni aspettativa.

All’attività di cantautore ha affiancato una carriera d’attore di tutto rispetto che lo ha portato a recitare in oltre 60 pellicole: l’esordio arrivò nel 1960 con Tirate sul pianista di François Truffaut e proseguì ininterrottamente fino ad Ararat. Il monte dell’Arca (2002) del regista armeno Atom Egoyan.

Seppure bruttino, basso ed emaciato, maldestro e con una strana voce velata di cui riuscì a fare un marchio inconfondibile, con la critica che gareggiava in xenofobia nei suoi confronti, diventò, solo con la forza di volontà, un monumento della canzone francese.

Alcuni elementi, ampiamente dettagliati sullo schermo, evidenziano che mai si affidò alla sorte, ma perseverò nel lavoro, per diciassette ore al giorno – fin dall’età di nove anni, dopo avere abbandonato la scuola – fece spallucce alle critiche, non lo scoraggiarono le sale vuote e dimostrò coraggio e talento fino a incontrare due persone che gli aprirono le porte del mondo: nel 1941 il cantante e compositore Pierre Roche (interpretato da un ottimo Bastien Bouillon), primo partner artistico e grande amico, con il quale formò un duo pianistico durante l’occupazione tedesca. Il loro sodalizio artistico, segnato da intese, separazioni e ritorni, rappresenta uno dei motori emotivi più potenti del film.

Viene poi la già mitica Edith Piaf, “la môme”, che dopo aver sentito cantare Aznavour nel 1946, lo prese sotto la sua ala protettiva: “sei come me, vieni dalla strada” gli diceva. E lo portò a cantare insieme a lei in una tournée in Francia e negli Stati Uniti.

Dà voce e corpo al mitico “passerotto” Marie-Julie Baup, che interpreta una figura sorprendente, lontana dagli stereotipi e dai miti: “Era estremamente generosa, ma anche brutale, tagliente, capace di amare e di ferire nello stesso momento”. La scena della rottura tra lei e Charles viene raccontata come una fine sentimentale: “Ho recitato quella scena come se fosse la fine di una storia d’amore – racconta l’attrice -; una scelta narrativa che trasforma i rapporti artistici in dinamiche profondamente umane”.

Il film si apre con le immagini del genocidio degli armeni, perpetrato nel 1915-1916 dall’Impero Ottomano, si sofferma sul periodo iniziatico della sua integrazione nel circolo della chanson francese fino al tanto atteso trionfo mondiale del 1960 sul palco del teatro parigino dell’Alhambra.

Si conclude con un telegiornale che rievoca la storia di Aznavour e mette in evidenza il suo impegno per l’Armenia, con azioni umanitarie e iniziative benefiche, fino a diventare Ambasciatore itinerante dell’Armenia presso l’Unesco nel 1995.

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